# Sindrome dell'incapacità di staccare la spina: quando il lavoro diventa un'ossessione

> La sindrome ITSO è un vero e proprio disturbo ossessivo compulsivo nei confronti del lavoro che crea stress, depressione e crisi di panico.

- **Autore:** Dr. Vittorio Tripeni (Specialista in Psicoterapia)
- **Pubblicato:** 2012-02-06
- **Aggiornato:** 2015-09-20
- **Tag:** 36,62,283,547
- **URL:** https://www.paginemediche.it/benessere/corpo-e-mente/sindrome-dell-incapacita-di-staccare-la-spina-quando-il-lavoro-diventa-un-ossessione

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Il caso di **A. Horta-Osorio**, il Ceo Lloyds Bank al quale le cronache internazionali hanno dedicato ampio spazio, rischia di essere considerato un **caso isolato e straordinario** quando, invece, si tratta della esemplificazione di una realtà allarmante sulla quale è necessario rivolgere maggiore attenzione e responsabilità.

Sicuramente è la prima volta che un manager d’altissimo livello confessa apertamente, e in modo enfatico, di essersi *'ammalato di lavoro'*; correndo addirittura il rischio di passare alla storia come il primo illustre contagiato da una **nuova patologia**. Comunicando la sua esperienza e le sue scelte, forse ha voluto, saggiamente, dimostrare che se un trader non è in grado di lavorare in quanto stressato, ciò potrebbe significare una notevole perdita di ricavato; fornendo così un’immagine d’efficientismo a vantaggio della sua banca e a beneficio della sua reputazione professionale.

Vari organi di stampa riportano il parere degli esperti che considerano quella malattia della **inability to swich off** (ITSO) cioè nella *'Sindrome dell’incapacità di staccare la spina'*, altri hanno parlato di burn-out; in un caso e nell’altro, sono ambedue**malattie da [Stress](https://www.paginemediche.it/glossario/stress) correlate con il lavoro.**

Il problema è noto già tempo e, se ad esempio, consideriamo i dati di alcune **ricerche proprio nel panorama della City londinese**, possiamo renderci conto che la fatica e la sofferenza delle persone che lavorano nel mondo della finanza è un fatto accertato. Perché, l’agitazione dei mercati prodotta dalle crisi del debito nell’eurozona ha accresciuto lo stress subito dagli operatori finanziari.

Mentre la fatica di raggiungere gli obiettivi di ricavato, la **minaccia della disoccupazione**e la cultura degli orari 'che non finiscono più', hanno indotto nelle persone e nelle organizzazioni di lavoro un clima da pentola a pressione. Le condizioni assai difficili di trading e la volatilità registrata in questi ultimi quattro anni, hanno portato gli addetti a livelli record di stress e di disturbi psichici.

Dai dati forniti da uno studio di **Health & Safety Executive** (HSE), emerge che tra l’ottobre 2010-2011 circa 18 mila operatori finanziari e assicurativi nel Regno Unito sono stati vittime di **stress**, **depressione**o **crisi di panico** in rapporto diretto con il loro lavoro.

Un altro studio realizzato da alcuni ricercatori del **Finish Institute of Occupational Health** e della **Queen Mary University di Londra**, mette in risalto che quanti lavorano oltre le 11 ore giornaliere raddoppiano il rischio di incorrere in un episodio depressivo maggiore rispetto ai colleghi che svolgono il lavoro nell’arco di 7-8 ore.

Il dato aiuta a comprendere che le **giornate di lavoro troppo lunghe**non causano solo problemi in ragione delle pressioni interne all’organizzazione e l’intensità del lavoro svolto. Esse comportano un danno aggiuntivo perché chi lavora non ha abbastanza tempo da dedicare a tutte le altre cose di cui ha bisogno per rimanere in **buona condizione fisica e mentale** come: dormire adeguatamente, intrattenere delle relazioni e disporre di congrui momenti per riposare e avere del tempo libero.

In conclusione, fare ore supplementari può avere un effetto benefico per l’individuo e la società, ma è importante riconoscere che quando si lavora troppo si può incorrere in una [Depressione](https://www.paginemediche.it/glossario/depressione) grave. In un periodo storico come l’attuale in cui la sofferenza più avvertita è quella della **mancanza di lavoro**, sembra del tutto strano parlare di un problema che, invece, è direttamente collegato con il troppo lavoro.

I datori di lavoro e gli stessi lavoratori hanno ancora scarsa familiarità con questo fenomeno, caratterizzato dal fatto che una persona è attiva anche quando la sua salute fisica e mentale non lo permette; come in tutti quei casi di stress cronico che rischiano di diventare, superando la capacità di dissimulazione delle persone, conclamate forme d’**esaurimento professionale.**

D’altra parte, il lavoro in modalità 24/7, come si dice, o l’essere 'sempre connessi', pur capaci di polarizzare le aspirazioni di una comunità o di un’epoca, spingono le persone a **mettere in secondo piano la propria vita familiare e sociale**. Con il rischio di ritrovarsi 'cortocircuitati' o in burn-out. È quello che capita spesso, offrendo un denominatore comune a tutte quelle forme di disagio multifattoriale, definite in vario modo dalla letteratura scientifica: **dipendenza da lavoro, workaholism o work-addiction** (nei paesi anglosassoni), **Arbeitssucht**(nella lingua tedesca), **Karoshi**(Giappone), sisifopatia, ecc.

Sindromi accomunate da una componente 'ossessiva' e 'compulsiva' nei confronti del lavoro. Si tratta in questo caso di una dedizione al lavoro riconosciuta come un’attività lecita e socialmente accettata, che però nel tempo perde il suo valore identitario e si trasforma in una forma di dipendenza che implica l’**incapacità di regolare i propri ritmi di lavoro** e la continua ricerca di compiti da portare a termine nel minor tempo possibile.

Dipendenza che, nella maggior parte dei casi è**ego-sintonica**, nel senso che chi è coinvolto non percepisce il problema, mentre altri, come ad esempio i familiari, ne fanno direttamente le spese per i disagi derivanti dalla sua auto-esclusione sociale. Occorre tener conto anche, che nella 'bibbia' dei professionisti della salute mentale, l’arcinoto *Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali o DSM*, non vi è cenno del burn-out e tantomeno dell’esaurimento professionale.

Ciò significa che, sul piano clinico, auspicando un’adeguata esperienza di psicopatologia, in genere s’inquadrerà il caso nei termini di un Disturbo dell’adattamento con umore depresso, o con ansia e umore depresso, oppure con specificazioni ulteriori; che è proprio il quadro psicopatologico corrispondente al burn-out o**esaurimento professionale**; ciò nonostante, non rendendosi conto del dato eziologico.

Tutto questo vuol dire che tale condizione esistenziale il più delle volte è **valutata in maniera non adeguata**, a scapito di un puntuale intervento [CLINICO](https://www.paginemediche.it/glossario/clinico) che tenga conto di tutti i fattori in causa, quali ad esempio: le caratteristiche della persona (personalità e stile cognitivo, fattori protettivi, ecc.), le peculiarità del lavoro e dell’organizzazione del lavoro, la rete e il supporto sociale. A questo punto, è fortemente auspicabile un rapporto di stretta collaborazione tra lo psicologo esperto di psicopatologia del lavoro e il medico di base.

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*Fonte: [Paginemediche](https://www.paginemediche.it) — contenuto a scopo informativo, non sostituisce il parere del medico.*
