# Diagnosticare il Parkinson con il caffè

> Una ricerca ha dimostrato come ridotti livelli di caffeina nel sangue siano un marker per la diagnosi precoce del morbo di Parkinson.

- **Autore:** Massimo Canorro  (Giornalista & web content editor)
- **Pubblicato:** 2018-01-10
- **Aggiornato:** 2018-01-10
- **Tag:** 356,51,277,468,574,598
- **URL:** https://www.paginemediche.it/news-ed-eventi/diagnosticare-il-parkinson-con-il-caffe

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**“Anche un pessimo caffè è meglio di nessun caffè**”, recita un aforisma del regista statunitense David Lynch. Una provocazione, la sua, che però la dice lunga sul “ruolo”, sempre più incisivo, del caffè all’interno della società attuale, dove tutto è così frenetico e vorticoso. Quasi nervoso.

Ed è proprio in un paese dove correre è l’imperativo – stiamo parlando del Giappone – che **uno studio ha rivelato come, la [diagnosi precoce del morbo di Parkinson](https://www.paginemediche.it/medicina-e-prevenzione/disturbi-e-malattie/morbo-di-parkinson-sintomi-cause-e-diagnosi) potrebbe essere in qualche modo agevolata dalla misura della quantità di caffeina contenuta nel sangue**.

La [malattia](https://www.paginemediche.it/medicina-e-prevenzione/disturbi-e-malattie/morbo-di-parkinson-sintomi-cause-e-diagnosi), infatti,**si manifesta in presenza di bassi livelli di caffeina** – che si trova anche nel the e nelle bevande a base di cola – all’interno del plasma, ovviamente a prescindere dal consumo di caffè (è bene precisarlo, considerando che ad oggi quasi non si contano gli studi internazionali relativi all’ipotesi che chi beve caffè è meno a rischio di ammalarsi di Parkinson).

Per qualche ragione, nella sua fase precoce **il Parkinson è contraddistinto da alterazioni** (attualmente ignote) **del metabolismo della caffeina**.

Gettando lo sguardo più avanti: nel futuro **un prelievo di sangue potrebbe contribuire alla diagnosi precoce del Parkinson**.

## I risultati dello studio giapponese sulla correlazione fra caffeina e diagnosi del Parkinson

Guidata da Shinji Saiki dell’Università Juntendo a Tokio, la ricerca è stata condotta su **108 pazienti e 31 coetanei sani di controllo** e i risultati sono stati pubblicati su Neurology (verso la fine del 2017, un articolo pubblicato sulla stessa rivista da un team di ricercatori brasiliani e canadesi ha indicato nei confronti del caffè un’azione di “casualità inversa”, ovvero chi sta sviluppando il morbo di Parkinson va incontro, ancora nella [fase iniziale](https://www.paginemediche.it/medici-online/interviste/fasi-del-morbo-di-parkinson-e-relativi-sintomi), a una ridotta tollerabilità per la caffeina, provandone minor voglia e traendone minor beneficio).

Tornando alla ricerca nipponica, nel corso della sperimentazione (durata un anno) il team di ricercatori ha impiegato una **quantità di caffeina che corrisponde a 2 tazzine di caffè quotidiane**, ciascuna pari a una concentrazione di 60 milligrammi di caffeina. Il test ha coinvolto tutti i 139 pazienti sopracitati, suddivisi in due gruppi.

**Dopo i test**, la quantità complessiva di caffeina presa da entrambi i gruppi risultava sempre la medesima, ma nel momento in cui all’interno dei loro campioni veniva **esaminata la concentrazione della caffeina** nonché dei suoi basilari metaboliti nei pazienti, **risultava circa dimezzata** (in particolar modo per quanto concerne i tre principali metaboliti: teobromina, teofillina e paraxantina).

I ricercatori hanno rilevato che se si va a verificare nel sangue di chi è affetto da Parkinson dopo che ha assunto caffè, si trova il 50% in meno sia del livello di caffeina sia di quello dei metaboliti derivati rispetto a quanto si trova in una persona sana (tale riduzione si osserverebbe ulteriormente in chi sta appena iniziando ad ammalarsi).

Dunque, i ridotti livelli di caffeina nel sangue rilevati dal team di ricerca vanno ritenuti un vero e proprio marker di vulnerabilità alla stregua della tendenza a non assumere caffè propria di questi pazienti. Nel breve: **chi rischia di sviluppare il Parkinson ne assume di meno**.

## Conclusioni scientifiche sulla ricerca della correlazione fra caffeina e Parkinson

La spiegazione di tali risultati scientifici risiederebbe nel fatto che l’azione della **caffeina** – protettiva nel combattere i fenomeni di neurotossicità (responsabili della privazione dei neuroni dopaminergici, caratteristica del Parkinson) – **verrebbe “ostacolata” dalle modificate caratteristiche genetiche di determinati recettori neuronali**, con un ruolo basilare nella funzione motoria.

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*Fonte: [Paginemediche](https://www.paginemediche.it) — contenuto a scopo informativo, non sostituisce il parere del medico.*
