Milano, 4 lug. (AdnKronos Salute) - In caso di infarto le persone che soffrono di diabete di tipo 2 hanno una mortalità quasi doppia nei primi giorni dopo l'evento. Ora uno studio del Centro cardiologico Monzino di Milano ha spiegato perché e apre le porte alla prevenzione del rischio. Il lavoro - pubblicato su 'Diabetes Care' - indica che per le persone diabetiche l'attacco di cuore è un killer più cattivo non a causa della patologia in sé, ma in virtù della disfunzione cardiaca e renale spesso associata alla malattia del sangue dolce. Anomalie che, assicurano i ricercatori, potrebbero essere contrastate con farmaci ad hoc.
"Sappiamo fin dagli anni '60 che le persone con diabete di tipo 2 muoiono più di frequente dopo un infarto Stemi, la forma più grave di infarto del miocardio - ricorda Giancarlo Marenzi, responsabile della Terapia intensiva cardiologica dell'Irccs di via Parea e autore dello studio - Tuttavia non si conosceva esattamente il perché di questa evidenza: fino a ieri abbiamo pensato che a peggiorare la prognosi fosse la presenza di numerose patologie spesso riscontrate nei pazienti diabetici, ma la nostra ricerca ha dimostrato che non è proprio così".
"Nei pazienti con diabete di tipo 2 che accedevano al Monzino e al Policlinico San Matteo di Pavia con infarto Stemi - spiega Nicola Cosentino, cardiologo della Terapia intensiva cardiologica del Monzino e coautore dello studio - abbiamo misurato una serie di parametri tra cui la funzionalità cardiaca tramite la frazione di eiezione del cuore, e la funzionalità renale tramite il dosaggio della creatinina. Gli stessi parametri sono stati misurati anche negli infartuati non diabetici. Il confronto ha rivelato che la mortalità era maggiore nei pazienti che avevano un danno ai reni o alla funzione del cuore al momento del ricovero, problematiche più frequenti proprio nelle persone con diabete". Dunque "le conclusioni del nostro studio dimostrano che non è il diabete di per sé ad aumentare il rischio di mortalità precoce nell'infarto - chiarisce Marenzi - bensì la ridotta capacità contrattile cardiaca e della funzione renale di questi pazienti".
"Questa scoperta apre le porte alla prevenzione del rischio di mortalità per infarto nei diabetici - afferma Stefano Genovese, responsabile dell'Unità di Diabetologia, Endocrinologia e Malattie metaboliche del Monzino e coautore dello studio - Sappiamo infatti che la disfunzione cardiaca e renale è più frequente in questi pazienti, ma gli interventi per evitare un danno renale e cardiaco sono molteplici e relativamente semplici: non fumare, alimentarsi in modo corretto e praticare attività fisica, tenere sotto controllo glicemia, pressione arteriosa, colesterolo e peso corporeo".
"Quando tutto questo non è sufficiente - precisa l'esperto - è fondamentale utilizzare i farmaci di nuova generazione per la cura del diabete, come gli agonisti del recettore del Glp-1 e gli Sglt2-inibitori, che non solo controllano la glicemia, ma proteggono anche cuore e reni, incidendo positivamente sulla diminuzione di eventi cardiovascolari con una riduzione della mortalità fino al 38%".
Il problema è che "in Italia quasi 4 milioni di persone convivono con una diagnosi di diabete - sottolinea Genovese - ma meno della metà viene curato da uno specialista diabetologo che tuttavia è l'unico che può prescrivere i nuovi farmaci. Inoltre, quasi il 10% dei diabetici nel nostro Paese scopre la malattia a seguito delle sue complicanze. La nuova ricerca dimostra invece quanto sia importante identificare questa malattia precocemente e curarla con un approccio multidisciplinare coordinato dallo specialista diabetologo. Oggi - conclude lo specialista - a tutti i pazienti che soffrono di diabete di tipo 2 possiamo dire con chiarezza che, se la funzionalità renale e cardiaca viene preservata, la loro prognosi cardiovascolare sarà migliore e, diversamente da quanto si è creduto fino ad ora, non sarà diversa da quella dei non diabetici".