Roma, 15 mag. (AdnKronos Salute) - "Lo scompenso cardiaco è la vera grande epidemia del nostro tempo, che porterà sempre più malati cronici, sempre più avanti con l'età. E', in fondo, il risultato dei nostri successi nel trattare le malattie acute. Parlare di prevenzione e riduzione del rischio residuo dopo un primo evento cardiovascolare e' quantomai importante". Lo ha affermato Francesco Fedele, direttore del dipartimento assistenziale integrato Malattie cardiovascolari e respiratorie del policlinico Umberto I di Roma, in occasione del convegno 'La riduzione del rischio residuo della cardiopatia ischemica. Il continuum della prevenzione cardiovascolare', organizzato ieri a Roma nella sala Zuccari del Senato, in collaborazione con l'Associazione nazionale medici cardiologi ospedalieri (Anmco), l'Associazione di iniziativa parlamentare e legislativa per la salute e la prevenzione, con il contributo non condizionante di Philip Morris Italia.
"Finalmente - ha aggiunto - oggi si ribadisce l'importanza della prevenzione cardiovascolare che, a differenza di quella oncologica, non gode della corretta attenzione da parte di media, politici, associazioni. Nonostante le malattie cardiache rappresentino ancora oggi nel nostro Paese la prima causa di morte e di ricovero, e questo si verifichi anche nel resto del mondo, non solo industrializzato. E' importante intervenire per sensibilizzare sull'importanza della prevenzione soprattutto all'interno delle popolazioni più fragili, come donne e giovani, altrimenti si rischia di prestare attenzione alla tematica solo quando muore il calciatore famoso in campo".
E se fra i principali fattori di rischio cardiovascolare rientra il fumo, "come cardiologo io lotto fino in fondo per far smettere i miei pazienti, ma la realtà e' che non tutti ci riescono, e laddove non si riesce a smettere e ad azzerare il rischio, e' corretto puntare a ridurlo con le nuove tecnologie che oggi sono a disposizione: se scendo in campo per vincere la partita e non posso farlo, almeno devo puntare a pareggiare", spiega.
"Oggi - ha spiegato il senatore Stefano De Lillo, promotore dell'incontro - vogliamo sottolineare l'importanza della prevenzione secondaria nella cardiopatia ischemica, perché grazie ai progressi della medicina attualmente l'infarto si supera e si sopravvive sempre di più. Abbiamo tanti malati cronici, che sono anche longevi, e l'attenzione va rivolta a questa fascia di popolazione. Il principio della riduzione del rischio si applica già agli altri fattori che incidono sulla salute cardiovascolare, come la glicemia elevata o il peso in eccesso, per cui si usano prodotti a ridotto contenuto di zuccheri e di grassi. Questo principio va applicato anche al fumo, perché rinunciarvi e' un'impresa difficile: solo il 5% di chi prova a smettere rivolgendosi ai centri specializzati nel nostro Paese, riesce a dire addio alle sigarette entro 12 mesi. E' utile, in questo senso, prendere coscienza dell'esistenza di tecnologie innovative, che possono rappresentare una nuova arma contro il tabagismo".
"E' necessario - afferma in un messaggio ai partecipanti al convegno Giuseppe Simeone, presidente della commissione Sanità della Regione Lazio - potenziare anche l’assistenza sul territorio, possibilmente con un lavoro coordinato tra diverse figure specialistiche e medico di medicina generale, e possibilmente con l’ausilio di strumenti di telemedicina, come quelli che si stanno cominciando a rendere disponibili. A mio modo di vedere il processo di riorganizzazione dell’offerta assistenziale necessario alla sostenibilità del sistema sanitario regionale deve trovare, anche in questo contesto, il giusto equilibrio tra garanzie di accesso, tempestività ed esigenza di concentrare servizi e competenze, per soddisfare criteri di qualità e sicurezza delle prestazioni e di uso efficiente delle risorse assistenziali e tecnologiche".
"Quello che succede dopo un infarto, quindi tutto ciò che riguarda il rischio residuo di un paziente - ha sottolineato Furio Colivicchi, direttore Uoc Cardiologia dell'Ospedale S. Filippo Neri di Roma - e' la parte più difficile da gestire. I pazienti in una buona percentuale continuano ad andare incontro a eventi cardiovascolari, anche in altri distretti. Le cure non sono realizzate al meglio, probabilmente, perché influiscono molti fattori e la terapia deve essere fortemente personalizzata. E' uno scenario molto vasto, che va affrontato in collaborazione da vari specialisti. Ma abbiamo armi farmacologiche tradizionali che possiamo unire alle nuove terapie, per arrivare a ottenere ottimi risultati".