Non c’è dubbio che gli enormi progressi tecnologici abbiano cambiato le nostre vite e abbiano permesso all’umanità di fare grandi passi avanti dal punto di vista evolutivo.

Nella generazione che gli esperti definiscono di 'immigrati digitali' (cioè quelli nati prima del 2000), la diffusione Capillare degli strumenti tecnologici ha modificato anche le funzionalità del cervello, facendo perdere alcuni circuiti e facendone sviluppare altri, soprattutto legati alla percezione. A dedicarsi allo studio dei cambiamenti che la tecnologica ha provocato nello sviluppo umano è stata recentemente la psicologa Maria Beatrice Toro, autrice del saggio 'Tecnoliquidità'.

Intervistata dall’Ansa, l’esperta ha spiegato che la tecnologia ha livellato le diverse generazioni fino a crearne una sola, che va dall’adolescenza fino ai 40-50 anni, che trova soddisfazione immediata dall’aspetto ludico – dai giochi dei social network fino ai videogiochi – esattamente come accade con il cibo, e che in una società liquida, sempre più incerta, ci siamo ormai adattati a conservare in un cloud personale nel nostro cervello emozioni, foto, vissuto e relazioni.

Ma la diffusione della tecnologia e il suo utilizzo Capillare nella vita di tutti i giorni non ha portato solo vantaggi, ha anche contribuito a creare nuove dipendenze, come quella da videogames, o da Internet. E tra i primi esperti a studiare il fenomeno c’è Tonino Cantelmi, psichiatra e psicoterapeuta. Secondo le stime dell’esperto circa il 10% degli 'immigrati digitali' è a rischio di tecnodipendenza.

Cantelmi, però, è fiducioso che se gli adulti possono essere maggiormente esposti al rischio di tecnodipendenza, ciò non è tanto vero per i cosiddetti 'nativi digitali', i bambini nati dopo il 2000 che hanno una capacità quasi innata di integrare realtà e tecnologia, senza correre il rischio di confonderle al punto da sviluppare una pericolosa dipendenza.

Si tratta di individui capaci, sin dai primi anni di vita, di distribuire l’attenzione su 4-5 dispositivi allo stesso tempo, e che usano questi strumenti tecnologici per giocare, studiare, mantenere rapporti sociali e amicizie, e per i quali anche le modalità di apprendimento sono diverse: il loro cervello richiede un’interattività rapida e possibilmente divertente. Insomma per loro la definizione di multitasking sembra essere quasi limitante.