Pillola abortiva e pillola del giorno dopo, che cosa sono?

pillola abortiva e pillola del giorno dopo che cosa sono

Pillola del giorno dopo e pillola abortiva: un po' di chiarezza

Come tutti gli argomenti che tirano in ballo l’eticità di determinate decisioni, anche la sperimentazione della pillola abortiva (o RU486) ha suscitato molteplici polemiche da parte dei sostenitori e dei detrattori di questo metodo che, diffuso in tutto il mondo, stenta ad entrare in Italia.

La legge del 1978 permetteva l’aborto in ambiente ospedaliero tramite intervento chirurgico per aspirazione; negli ultimi anni, si è tentato di introdurre in Italia il cosiddetto aborto farmacologico, cioè provocato dall’assunzione di determinate compresse atte a provocare l’espulsione dell’embrione già annidato in Utero.

Numerose sono le nazioni che hanno approvato il mifepristone, principio attivo della RU486, e che utilizzano l’aborto farmacologico. Il primo paese ad utilizzarlo nel 1989 fu la Francia, seguita dalla Cina, e poi da Svezia e Gran Bretagna nel 1990, da India, Israele e Svizzera, nel 1999, da Stati Uniti nel 2000. Ad oggi, sono 11 i paesi europei che utilizzano la RU486, ma, nonostante tanti anni di provata efficacia, in Italia la pillola abortiva suscita ancora aspre polemiche.

Nel settembre del 2005 parte la sperimentazione, su 400 donne volontarie, all’Ospedale S. Anna di Torino, ma viene bloccata dopo quasi tre settimane dall’allora Ministro della Salute Francesco Storace, il quale adduce a violazioni della legge 194, secondo la quale l’aborto va effettuato obbligatoriamente in ospedale, mentre la donna, dopo aver assunto il farmaco, torna a casa.

L’Ospedale risponde a queste accusa che la donna che richiede l’aborto farmacologico è, in realtà, ricoverata a tutti gli effetti, ma, come permesso da tutti gli ospedali, se sta bene e non vi sono ostacoli, può firmare e andare via. Così, la sperimentazione può continuare. E dopo Torino, altri ospedali italiani hanno richiesto di poter sperimentare la pillola abortiva: il Maggiore di Bologna, l’Ospedale di Trento, e poi a ruota Lecce, il Niguarda e il Mangiagalli di Milano e molti altri ospedali della Lombardia.

Posto che l’aborto, comunque esso sia effettuato, è sempre un grosso trauma per le donne che vi si devono sottoporre, è evidente che le due tecniche hanno poco in comune, tranne il risultato. Vediamo insieme le differenze.
 

Aborto chirurgico o farmacologico?

Il metodo chirurgico per effettuare un aborto è per aspirazione. Il limite massimo entro cui è possibile abortire chirurgicamente è di 14 settimane dall’ultima mestruazione. L’intervento si esegue in Anestesia generale o locale, in ambiente ospedaliero o nello studio medico, in un’unica seduta.

Nel primo caso, la paziente viene dimessa il giorno dopo, nel secondo caso può andare via dopo qualche ora. Il collo dell’utero viene allargato con dilatatori e viene inserita la cannula per l’aspirazione. In tutto, l’intervento dura all’incirca 20 minuti.

Il metodo farmacologico, invece, può effettuarsi solo entro la 7a settimana di gestazione a partire dall’ultima mestruazione in ambiente ospedaliero o nello studio medico, in diversi giorni. Il primo giorno, vengono somministrati 600 mg di mifepristone. Questo farmaco inibisce la produzione di progesterone e, quindi, lo sviluppo della gravidanza, distaccando l’embrione già annidato nell’utero.

Due giorni dopo, la donna ritorna per assumere il misoprostolo, una prostaglandina che provoca le contrazioni uterine e, quindi, l’espulsione definitiva di embrione e tessuti embrionali annessi. È importante, dopo l’assunzione del misoprostolo rimanere in osservazione per alcune ore, prima di tornare a casa. È in questo periodo che avviene l’espulsione dell’embrione, solitamente in ospedale/studio medico, altrimenti, per un terzo circa delle donne, a casa. L’aborto è quindi avvenuto e dopo circa 15 giorni la donna torna a visita per accertarsi che non vi siano problemi.

Mentre l’intervento chirurgico è sostanzialmente indolore, sia durante, sia dopo, l’assunzione della pillola abortiva implica dei dolori simil-mestruali, a volte sopportabili, a volte molto più intensi, che però possono essere combattuti con la somministrazione di antidolorifici. Anche le perdite di Sangue sono di tipo diverso.

Dopo l’intervento chirurgico, le perdite si limitano a 4-5 giorni e sono minori di intensità rispetto ad una normale mestruazione. Nel caso della RU486, invece, le perdite di sangue sono piuttosto abbondanti e durano solitamente poco più di una settimana. Inoltre, visto il limite diverso, chi decide per l’aborto chirurgico ha essenzialmente più tempo a disposizione rispetto a chi preferisce quello farmacologico. L’efficacia della RU486 è massima nelle prime 7 settimane e nel 95% dei casi. Nelle settimane successive, e nel restante 5%, bisognerà ricorrere comunque all’intervento chirurgico.
 

RU486 e "pillola del giorno dopo"

Bisogna fare molta attenzione: le due cose non sono identiche. La RU486 è un vero e proprio metodo per abortire, la pillola del giorno dopo è un contraccettivo orale. La pillola del giorno dopo va assunta, il prima possibile dopo il rapporto a rischio e contiene progestinico a dosi molto elevate.

Acquistarla non è sempre facile, poiché la pillola del giorno dopo, come i contraccettivi orali, va prescritta dal medico curante, oppure da un medico ospedaliero. Se quest’ultimo è contrario all’assunzione, può anche rifiutare di prescriverla.

 

Poiché la tempestività dell’assunzione è una condizione essenziale alla buona riuscita del processo di contraccezione post-coito, è chiaro che, se il percorso per la prescrizione diventa particolarmente accidentato e difficoltoso, le probabilità di evitare la gravidanza diminuiscono drasticamente. E allora l’unica soluzione alternativa diventa l’aborto. Chirurgico ovviamente. Almeno per il momento.

 

L’aspetto psicologico dell'aborto

Un aspetto estremamente importante dell’aborto, sia esso chirurgico o farmacologico, è la sensazione che la donna ha dell’aborto stesso. Con un intervento chirurgico, sostanzialmente la donna è poco partecipe, se non nella decisione iniziale, in tutto il processo; non vede il momento dell’aspirazione perché sotto anestesia e le rimane unicamente la sensazione di una decisione difficile da prendere.

Nel caso dell’aborto farmacologico, invece, la donna è un attore indispensabile nel processo; è lei che deve assumere i farmaci prescritti, è lei che vede il proprio embrione fuoriuscire dal suo corpo. È anche vero, però, che scegliere l’intervento chirurgico significa, per alcune, affidarsi completamente ad altri, mettere la propria vita nelle mani dei chirurghi che materialmente effettueranno l’intervento, mentre con la pillola la donna diventa padrona del suo corpo e ha l’impressione di gestire lei il processo.

Questi due aspetti altro non sono che due facce della stessa medaglia e, per alcune, significano delegare ad altri la sensazione spiacevole di un’eliminazione obbligata (perché normalmente le donne sono costrette ad abortire, per un motivo o per un altro, e non è mai piacevole né facile), mentre per altre significa non avere il controllo della situazione. Quale che sia la tecnica, è però sempre necessario garantire il benessere fisico e psicologico della donna. E questo può avvenire solo se c’è possibilità di scelta.

23/07/2015
11/03/2011
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