Calcio e Sclerosi Laterale Amiotrofica: un legame sospetto

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Si chiama Sclerosi Laterale Amiotrofica – ma anche morbo di Lou Gehrig, dal nome del giocatore di baseball che per primo ne fu colpito - ed è una malattia degenerativa e regressiva che colpisce il sistema nervoso, nello specifico i neuroni di moto costringendo il soggetto ad uno stato di paralisi quasi totale. Attualmente non se ne conoscono le cause specifiche e non esistono efficaci terapie per sconfiggerla definitivamente.

Tra il 2004 ed il 2008, solo in Italia, sono stati accertati 43 casi di SLA tra i giocatori di calcio, con un’incidenza venti volte superiore rispetto a quella media della popolazione italiana. Ultimo toccante caso è quello del giocatore Stefano Borgonovo, ex spalla di Roberto Baggio, oggi costretto a letto a causa della Sclerosi Laterale Amiotrofica. Ma è solo l’ultimo di una serie di calciatori che hanno fatto i conti con la SLA: una circostanza che suscita inquietanti interrogativi su un legame piuttosto stretto tra SLA e attività sportiva.

Diverse le IPOTESI formulate dagli esperti: la più caldeggiata è che  il logorio fisico che deriva da un’intensa attività a livello agonistico potrebbe essere una delle cause – non ancora dimostrate – della patologia, insieme all’utilizzo di medicinali che potrebbero favorirne la comparsa. Si tratta solo di ipotesi e ad oggi non è stata dimostrata alcuna correlazione tra sport agonistico e SLA anche se, dati alla mano, pare davvero difficile negarla a tutti i costi.

Secondo il Presidente dell’Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica, Mario Melazziniil Calcio non provocherebbe la malattia” e i giovani che si avvicinano a questo sport non devono avere paura di ammalarsi. È più probabile che esistano soggetti più o meno predisposti e che il calcio semplicemente sia un fattore accelerante di un disturbo che si sarebbe sviluppato comunque. 

In realtà è ancora piuttosto nebulosa e da più parti vengono richiesti studi che coinvolgano soggetti affetti da Sclerosi Laterale Amiotrofica per comprendere il fenomeno e tentare di sconfiggerlo. Melazzini da anni cerca di coinvolgere l’opinione pubblica internazionale, grazie anche all’aiuto di calciatori di fama internazionale per favorire e velocizzare i necessari progressi in campo medico-scientifico: “L'obiettivo è coinvolgere più realtà possibili nella ricerca di soluzioni mediche da applicare poi a tutti i pazienti”.

E qualche passo avanti in medicina è già stato fatto. È di qualche giorno fa la notizia che per allungare la vita dei malati di Sclerosi Laterale Amiotrofica giocherebbe un ruolo fondamentale un gene: i pazienti portatori di questo gene vivrebbero circa il 30% in più rispetto agli altri soggetti.

I risultati sono stati confermati anche da uno studio su 300 pazienti italiani; il passo successivo è quello di portare avanti la ricerca sui farmaci, in modo da poter aiutare anche i soggetti non portatori di questa specifica caratteristica genetica.

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Il punto di vista
Medicina dello sport

In medicina i numeri spesso forniscono indicazioni molto precise: una incidenza della SLA nei calciatori tanto superiore alla media indica quindi una correlazione quasi certa con lo sport praticato.

È probabile che esista però realmente una predisposizione che viene evidenziata precocemente dai carichi di lavoro, dai farmaci spesso utilizzati per ridurre i tempi di recupero e da altri fattori non ancora evidenziati.
Va poi ricordato che sicuramente lo sport agonistico ad elevato impegno è uno stress per l'organismo, le cui conseguenze ancora non sono tutte conosciute: il numero sempre più elevato di gare e la conseguente riduzione dei tempi di allenamento possono aumentare il rischio di patologie.

Compito del medico è quello di migliorare le conoscenze sulla fisiologia dello sport, sull'alimentazione, sui mezzi di recupero più adeguati, ma è opportuno anche un riesame dei carichi di lavoro, con una diminuzione delle gare ed un maggior tempo dedicato all'allenamento ed al recupero.

22/06/2017
03/06/2009
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