Roma, 28 gen. (Adnkronos Salute) - La solitudine fa male. I contatti umani sono letteralmente cibo per il nostro cervello, che nell’isolamento reagisce come quando abbiamo fame: si attivano le stesse aree e soffriamo come se fossimo privati di un sostentamento indispensabile alla vita. Lo dimostrano i dati di studi recenti discussi in occasione del XXII congresso nazionale della Società italiana di NeuroPsicoFarmacologia, in corso fino a domani: la 'fame' di socialità connessa al distanziamento fisico e alle quarantene imposte per il contenimento del contagio da Sars-Cov-2 ha effetti diretti sul funzionamento del cervello, ma soprattutto conseguenze negative sul benessere mentale.
L’indagine, pubblicata su Nature Neurscience, è stata condotta su volontari rimasti a digiuno per dieci ore o deprivati di qualunque contatto umano, reale o virtuale, per altrettanto tempo. L’analisi del cervello con risonanza magnetica nucleare funzionale ha dimostrato che in entrambi i casi si attiva la substantia nigra, una piccola area cerebrale coinvolta nel desiderio di cibo e, quindi, anche di socialità . Un cervello privato dei contatti umani perciò soffre e la solitudine, infatti, è causa di un caso di depressione su 5: anche per questo gli esperti temono un incremento consistente del numero dei pazienti nel prossimo futuro. Già oggi, in circa 600 mila dei 3 milioni di persone con depressione l’isolamento potrebbe essere il motivo scatenante o aggravante del disagio mentale.
"La solitudine - spiega Claudio Mencacci, co-presidente della Società italiana di NeuroPsicoFarmacologia - è veleno per la nostra salute: sappiamo infatti che indebolisce il sistema immunitario, favorisce la comparsa di molte malattie, ma soprattutto che compromette il benessere mentale. Abbiamo infatti un cervello sociale, che ha bisogno di contatti umani proprio come abbiamo necessità di cibo per vivere".
Purtroppo, aggiunge Matteo Balestrieri, co-presidente della Società italiana di NeuroPsicoFarmacologia "le regole di isolamento e distanziamento sociale imposte per contenere la pandemia di Covid-19 in corso stanno aumentando la solitudine, con effetti marcati proprio nelle fasce d’età che per motivi diversi tendono più spesso ad allontanarsi dal resto del mondo, gli anziani e gli adolescenti".
La mancanza di contatti umani, "oltre a renderci 'affamati' di conversazioni, strette di mano e abbracci, ha conseguenze gravi sul benessere mentale, aggiunge Mencacci. "Un’indagine in over 50 pubblicata su The Lancet Psychiatry ha infatti dimostrato che almeno un caso di depressione su 5 è direttamente provocato proprio dall’isolamento sociale e dalla solitudine che ne deriva. Le regole di distanziamento fisico e sociale imposte per affrontare l’attuale pandemia stanno perciò agendo da detonatore per il malessere psichico, che va riconosciuto, diagnosticato e curato prima che trascini i pazienti in una spirale di sofferenza".
"I medici di famiglia - conclude Balestrieri – sono i primi a poter riconoscere i segnali di disagio mentale, ma in caso di depressione poi serve il consulto con lo specialista. Oggi possiamo intervenire efficacemente con farmaci che riescono a migliorare la qualità della vita dei pazienti con depressione, anche nelle fasce d’età più critiche come la vecchiaia e l’adolescenza, grazie agli enormi progressi della ricerca in neuropsicofarmacologia degli ultimi anni. Tuttavia le terapie devono essere prescritte dopo un’accurata diagnosi e gestite dello specialista assieme al medico di famiglia, senza mai cedere al fai da te".