Roma, 18 giu. (AdnKronos Salute) - Infermieri sull'orlo di una crisi di nervi: uno su tre a rischio burnout, colpa soprattutto della carenza cronica di organico che porta a un super lavoro. Ma nonostante tutto non mollano: oltre il 70% è soddisfatto del proprio lavoro e non lascerebbe l'ospedale. La mancanza di infermieri, così come quella di medici e personale in genere della sanità, è un’emergenza nota. Meno noto è che, con il coinvolgimento nell’organizzazione aziendale, l'utilizzo appropriato del personale e delle risorse e la buona organizzazione si possa mantenere alta la qualità dell’assistenza e supplire alle carenze. Questa la conclusione di uno studio presentato oggi al Senato, realizzato da 12 aziende ospedaliere pediatriche che fanno parte dell’Associazione degli ospedali pediatrici italiani, che aderisce alla Fiaso, la Federazione delle aziende sanitarie pubbliche.
L'indagine è stata realizzata dai ricercatori del Gruppo di studio italiano RN4CAST@IT-Ped con il coinvolgimento di infermieri e delle persone che si prendono carico del malato. Punto di partenza, il rapporto tra il numero di pazienti e di infermieri in reparto. Secondo gli standard internazionali ci si dovrebbe assestare su un valore di 4 pazienti per ciascun infermiere, mentre la media negli ospedali pediatrici è di 1 a 6,6 pazienti. In pratica ogni infermiere segue almeno due pazienti in più di quello che gli standard di sicurezza consiglierebbero. Ma le cose variano da un’area all’altra di assistenza. Il rapporto dovrebbe essere di 3 o 4 a uno nelle aree chirurgica e medica, di 1 o persino 0,5 per le cosiddette 'aree critiche', come terapie intensive e rianimazioni. Numeri lontani dalla realtà rilevata dall’indagine, che ha calcolato un rapporto di 5,93 per la chirurgia, 5,7 per quella medica e 3,55 per l’area critica. Difficile, con questo rapporto, far fronte a tutte le attività. Su 13 funzioni assistenziali giudicate necessarie sono state 5 in media quelle che ciascun professionista ha dichiarato di aver dovuto tralasciare per mancanza di tempo nell’ultimo turno.
E la carenza di personale in genere finisce anche per dover impegnare i già pochi infermieri in attività che infermieristiche non sono. Come eseguire richieste di reperimento materiali e dispositivi, capitato almeno una volta durante l’ultimo turno nel 54% dei casi in area chirurgica, 55% in area medica e 39% in quella critica. Oppure compilare moduli per servizi non infermieristici (rispettivamente nell’80, 72 e 66% dei casi), svolgere attività burocratiche (81, 79 e 65% dei casi) o più banalmente rispondere al telefono per attività che nulla a hanno a che vedere con l’assistenza in ben oltre il 90% dei casi in tutte le tre aree assistenziali.
Nei 12 ospedali pediatrici analizzati il 32% degli infermieri è finito nell’area del 'burnout', la sindrome da esaurimento emozionale che colpisce chi per professione si occupa delle persone. Nonostante ciò si ritiene soddisfatto del proprio lavoro il 73,5% degli infermieri dell’area chirurgica e rispettivamente il 74 e il 77,1% di quelle medica e critica.
Percentuali simili si rilevano anche tra chi non pensa in alcun modo di lasciare entro il prossimo anno il proprio ospedale per trovare altrove condizioni di lavoro migliori. Anche se le cose cambiano un po' per i professionisti con più anzianità alle spalle (tra i 21 e i 30 anni di servizio), dove nell’area chirurgica a pensare di lasciare è il 42% contro medie del 31,8 e del 30,4% per l’area medica e quella critica.
La qualità delle cure infermieristiche fornite ai pazienti, giudicata 'positiva' dall’81,7% dei professionisti impegnati nell’area medica e rispettivamente dall’83,5 e l’85,4% di quelli delle aree chirurgica e critica. Percentuali molto alte di giudizi positivi anche rispetto alla sicurezza delle cure, promossa dall’87% nell’area chirurgica, l’88 e il 90,4% di quelle medica e critica. Estremamente positive anche le esperienze comunicative dei caregiver con gli infermieri e il personale medico.