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La mumia come farmaco

la mumia come farmaco

Il 'principio' da cui partivano gli antichi medici (già greci e romani) era il seguente: poiché quel liquido denso che cola dai sarcofagi egizi proviene da corpi che si sono ben conservati per secoli o millenni deve contenere un quid  favorevole alla conservazione del corpo, dev’essere di conseguenza anche utile per assicurare la buona salute e curare le malattie.

Un ragionamento 'apodittico', cioè già di per sé dimostrativo. E lo misero in pratica mettendo a punto con quel materiale o con i tessuti di corpi mummificati (ad arte o naturalmente dalle sabbie del deserto) un 'medicamento' che chiamarono 'mumia'.

Se preparata in questo modo essa veniva detta 'mumia primaria', per distinguerla dalla 'secondaria', fatta invece con le resine usate per imbalsamare i corpi.

L’uso della mumia, largamente diffuso nella Medicina nord-africana, fu introdotto in Andalusia nell’VIII secolo dagli Arabi del Califfato d’Occidente, e - dopo il 1100 - in varie altre regioni europee dai reduci delle Crociate, accolto dal mondo medico e dai ciarlatani, come un inatteso provvidenziale progresso della terapia. Data l’enorme richiesta che ne seguì, i prezzi presero presto a lievitare: curare o curarsi con la mumia divenne quasi uno status symbol.

Ma con il lievitare dei prezzi era immancabile che si moltiplicassero anche le sofisticazioni: fabbricare polveri e unguenti di mumia fasulla divenne per chiunque un gioco da ragazzi. Anche perché per la massa era impossibile accorgersi della contraffazione.

Al Cairo, nel 1462, la mumia 'taroccata' veniva venduta ai francesi all’esorbitante prezzo di 25 scudi d’oro al quintale. Frotte di mercanti e ciarlatani vendevano tutto ciò che potesse simularne l’aspetto: durante la Rivoluzione Francese si ricorse anche ai corpi dei ghigliottinati. Ma, ci si chiede: la mumia era poi davvero tanto efficace da giustificare una richiesta del genere?

Efficace proprio no. Solo che tutti credevano che lo fosse, a partire dagli antichi autori classici - Plinio, Cornelio Celso, Galeno, Dioscoride - secondo i quali sotto forma di fumigazioni, la mumia risulta una vera manosanta specie nell’asma bronchiale e nelle polmoniti, mentre per applicazione esterna si mostra altrettanto efficace per curare piaghe, ferite, eresipela e disturbi mestruali. Altre indicazioni: i 'dolori di capo da causa fredda', le 'passioni di cuore', i 'veleni mortiferi'.

Da parte loro gli Arabi - notoriamente maestri nel combinare tra di loro più sostanze (considerate) medicamentose - impiegarono la mumia mescolandola con olio di rose e di gelsomino, sciroppo di more, decotto di lenticchie e liquirizia, acqua di giuggiole, cannella e zafferano: le principali indicazioni - oltre a quella di 'depurare il sangue' - erano le fratture, le lussazioni, le ulcere della Vescica, l’emottisi, l’ 'indebolimento dei nervi'. Ideale veniva poi ritenuta la mumia per favorire il Parto.

Per tutto il Medioevo e il Rinascimento essa fu quindi considerata una vera panacea, valida per ogni tipo di malattia: e ancora al tempo di Luigi XIV veniva decantata nell’amenorrea, nell’Asma e nella tubercolosi, ed entrava nella composizione di un numero infinito di polveri, balsami, pillole, decotti e elettuari come disinfettante, cicatrizzante, ricostituente ed elisir di lunga vita.

Tuttavia, con una richiesta così massiva la mumia aveva ormai raggiunto costi astronomici e insostenibili per chiunque: così nel 1700 - ironia della sorte, e non perché si fossero resi finalmente conto che non serviva a nulla, ma solo perché costava troppo - medici e ciarlatani decisero di comune accordo di bandirla dal secolare armamentario terapeutico.

 

Fonte:

L. Sterpellone: Stratigrafia di un passato. Ed. Puntolinea, Milano 1990

21/07/2015
06/07/2015
TAG: Farmacologia