16-10-2017

QTc allungato e necessità sospensione farmaci antidepressivi

Egr. Dottore sono una donna di 55 anni, peso 65 kg e sono alta 1.58, soffro da anni di depressione curata da sempre grazie al supporto farmacologico con discreti risultati, non ho altri particolari patologie se non una tiroidite di hashimoto regolarmente monitorata e regolata con eutirox 75mg. Negli ultimi anni La diagnosi che mi è stata fatta è stata: DISTURBO BIPOLARE - DISTURBO DA PANICO, e la terapia comprendeva FLUOXETINA da 20 mg (1 al dì ), LAMICTAL da 25 ( 1al mattino e 2 la sera ), e il RIVOTRIL al bisogno.

Circa 4 mesi fà in un controllo di routine ho trovato nelle analisi del sangue valori alti della AMILASI e della LIPASI, e nell'ECG il QTC allungato ( 486 ). Il medico specialista che mi segue ha deciso di eliminare a scalare tutta la terapia che facevo, lasciando solo il RIVOTRIL. In effetti a distanza di 30 giorni ripetendo gli esami i valori di lipasi e amilasi erano tornati normali e il QTc era sceso a 480 ... e nei 30 giorni seguenti ritornato nei limiti (450 ).

Ciò nonostante il medico non ha voluto reintrodurre i farmaci sospesi e istituendo una terapia con XANAX (1 matt + 1 sera) e LAMICTAL da 25 a salire fino a regime di 1 matt+ 1 sera. Terapia tampone in attesa ( circa un mese ) di provare un trattamento di TMS ( stimolazione magnetica transcranica ) per ovviare al trattamento farmacologico. Nel frattempo però i disturbi di cui soffrivo sono tornati prepotentemente e la qualità della vita insostenibile. La domanda che mi pongo è: dai dati riferiti è realmente impossibile proseguire con la terapia farmacologica che usavo ? LA TMS può realmente ovviare a l'uso dei farmaci? La ringrazio per l'aiuto.

Risposta di:
Dr. Emanuele De Vietro
Specialista in Psichiatria e Psicologia ad indirizzo medico
Risposta

Salve, c'è una terza soluzione terapeutica: una psicoterapia ad indirizzo cognitivo comportamentale. Approfitto in questo spazio per alcune riflessioni generali. La farmacoterapia ha monopolizzato il campo promettendo miracoli che spesso non mantiene e la psicoterapia è stata relegata a ruolo di supporto opzionale. Gli indubitabili successi della psicofarmacologia e gli enormi interessi economici che la sostengono hanno diffuso un messaggio del tipo: “Le malattie della mente sono malattie del cervello, perciò bisogna curare il cervello come fosse un qualsiasi altro organo e la mente tornerà miracolosamente a funzionare”.
Un tale riduzionismo biologico è falso e ottuso quanto l’opposto riduzionismo psicologico secondo il quale è sufficiente “aggiustare” il modo di pensare e di sentire intervenendo sulla mente affinché anche il cervello funzioni correttamente. I riduzionismi sono delle terribili semplificazioni che hanno un grande potere di attrazione per il loro estremismo che bandisce ogni complessità e insinua l’illusione di averla risolta. Ci si trova spesso più a proprio agio in un mondo in bianco e nero, ignaro del continuum di sfumature dell’iride. Non si vuole neppure sottovalutare l’importanza dei farmaci; per certi versi è proprio grazie all’esistenza dei farmaci che sono oggi possibili percorsi psicoterapeutici e riabilitativi un tempo impensabili. Mente e cervello non sono due realtà distinte delle quali una più basilare dell’altra, e neppure due entità che si influenza reciprocamente tali per cui, da un lato, le rappresentazioni mentali modificano biochimica e struttura cerebrale mentre, dall’altro, la biochimica cerebrale determina le rappresentazioni mentali. Mente e cervello sono una realtà unica e la differenza sta nel linguaggio, nel codice con cui tale realtà unitaria viene descritta.

Il linguaggio psicologico parla di rappresentazioni mentali, il linguaggio biologico di strutture, recettori e neurotrasmettitori: sono i descrittori ad essere diversi e non la cosa descritta. E allora la paura può essere descritta come una reazione adrenergica che modifica in modo misurabile una serie di parametri biologici e altrettanto correttamente può essere definita come la previsione di un pericolo; la tristezza è allo stesso tempo, percezione della perdita di qualcosa di importante e l’abbassamento dei livelli di serotonina. La paura passerà tanto bloccando gli effetti dell’adrenalina quanto modificando la percezione di pericolo: i due fatti avvengono contemporaneamente, sono anzi la stessa cosa. Se modifico la percezione di pericolo, l’adrenalina diminuisce e, viceversa, se abbasso l’adrenalina, si attenua la percezione di pericolo. Se innalzo i livelli di serotonina, la tristezza si attenua e scompare, se attenuo l’idea di perdita di qualcosa di importante la serotonina si innalza.

Farmaci e psicoterapia non hanno come bersaglio realtà diverse ma rappresentano due strategie possibili per incidere sulla medesima realtà unitaria “cervello-mente”. Se nel caso di disturbi lievi si può scegliere di intervenire con uno solo di questi due strumenti, non è così nelle patologie importanti. Nel caso di gravi sofferenze, infatti, l’attacco al disturbo va portato il più precocemente possibile e su più fronti per aumentare le probabilità di successo. Allo stato attuale delle conoscenze tutti giudicherebbero colpevole un trattamento di un disturbo psicotico che non facesse ricorso ai farmaci; ma altrettanto irresponsabile sarebbe un trattamento di uno psicotico che si limitasse ai soli farmaci senza interrogarsi sul perché dello scompenso e senza cercare di intervenire sulla modalità con cui il soggetto percepisce se stesso e il mondo che si è mostrata disfunzionale. Saluti

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