Milano, 25 mar. (Adnkronos Salute) - Vaccinazione anti-Covid prioritaria per chi deve subire un intervento chirurgico, specie contro un cancro. E' la richiesta lanciata alle autorità sanitarie internazionali, comprese quelle italiane, in base ai risultati di uno studio coordinato dall'università di Birmingham (Gb) e messo a punto in collaborazione con l'Istituto nazionale tumori (Int) di Milano. Il lavoro, pubblicato sul 'British Journal of Surgery', ha dimostrato per la prima volta l'efficacia salvavita della profilassi contro Sars-CoV-2 nei pazienti oncologici che devono subire un intervento. Gli autori della ricerca, su 141.582 malati di 1.667 ospedali in 116 Paesi, calcolano che la vaccinazione anti-Covid preoperatoria potrebbe prevenire ogni anno quasi 60mila morti associate all'infezione da coronavirus.
Si tratta del "più vasto studio mai condotto al mondo per numero di pazienti arruolati", spiegano dalla Fondazione Irccs Int del capoluogo lombardo. Oltre che Italia e Uk, fra le nazioni coinvolte ci sono anche Australia, Brasile, Cina, India, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti. L'Italia ha partecipato con 115 centri, seconda solo al Regno Unito con 205. Il team 'CovidSurg Collaborative' ha portato a termine la ricerca in tempi record, dimostrato che "nei pazienti candidati alla chirurgia la vaccinazione anti-Covid potrebbe prevenire oltre 58mila decessi all'anno correlati all'infezione. Un dato ancora più rilevante - si sottolinea - se si considera che, durante la prima ondata della pandemia, nel mondo circa 7 interventi su 10 sono stati posticipati e che 28 milioni di procedure sono state ritardate o annullate".
E "la situazione non è stata certo più rosea analizzando i soli dati italiani - evidenziano dall'Int - Un'indagine che ha coinvolto sul territorio nazionale 54 unità chirurgiche oncologiche di riferimento in 36 ospedali ha mostrato una riduzione di circa un terzo degli interventi chirurgici oncologici durante le prime 5 settimane dall'inizio dell'emergenza. Tale percentuale ha raggiunto circa il 50% di procedure chirurgiche in meno nella regione più colpita, la Lombardia". Dati che si aggiungono a un altro: "I pazienti oncologici hanno un rischio fino a 3,5 volte maggiore rispetto alla popolazione generale di ammalarsi di Covid", e pertanto dovrebbero avere garantita la continuità assistenziale e ogni trattamento più opportuno.
"Dallo studio - afferma Marco Fiore, chirurgo oncologo del Servizio di Chirurgia dei sarcomi dell'Int e coordinatore dello studio per l'Irccs milanese - risulta che vaccinare i pazienti candidati a chirurgia (e tra questi naturalmente i pazienti oncologici hanno una priorità non potendo differire la procedura e dovendo essere sottoposti alle procedure chirurgiche mediamente più complesse), è prioritario rispetto a vaccinare la popolazione generale, perché si tratta di pazienti più fragili per i quali contrarre il virus nel periodo perioperatorio comporta un rischio di morte molto più alto".
"Potenzialmente - prosegue lo specialista - questo potrebbe contribuire a prevenire decine di migliaia di decessi post-operatori correlati al virus. A parità di dosi vaccinali somministrate, infatti, vaccinare i pazienti oncologici candidati a chirurgia può prevenire da 11 a 131 volte più decessi per Covid-19 rispetto alla vaccinazione della popolazione generale di pari fascia di età. Lo studio ha evidenziato che tra i pazienti candidati a chirurgia la popolazione che in particolare ne trarrebbe maggiori vantaggi è proprio quella dei malati oncologici, i più fragili, con una particolare attenzione agli over 70 che in più hanno il maggiore indice di letalità da Covid 19 a causa dell'età".
"Nonostante al momento siano disponibili diversi vaccini con ampie indicazioni e che formalmente permettono di vaccinare anche i pazienti con cancro, i pazienti oncologici non erano stati reclutati o lo erano in minima parte negli studi su cui si sono basate le approvazioni delle varie agenzie regolatorie - commenta Giovanni Apolone, direttore scientifico dell'Int - Non sappiamo con certezza, al momento, se la copertura immunologica dopo vaccinazione in questi pazienti sia uguale a quella della popolazione generale. Questi dati, quindi, sono molto importanti in quanto cominciano a colmare un gap conoscitivo, di particolare importanza in quanto deriva da dati dal mondo reale. La prossima priorità quindi è quella di produrre questo tipo di dati anche in pazienti non chirurgici, affetti da patologie oncologiche che ricevono terapie anticancro che potenzialmente possono interferire con la risposta immunitaria, dopo le vaccinazioni. Sono in corso molti studi, uno anche a livello nazionale in Italia, in cui in nostro Istituto è tra i centri coordinatori".
"Con l'intento di perseguire la miglior strategia terapeutica possibile per ogni singolo paziente - dichiara Alessandro Gronchi, responsabile del Servizio di Chirurgia dei sarcomi dell'Int di Milano e presidente della Società italiana di chirurgia oncologica (Sico) - come Sico riteniamo necessaria una riorganizzazione della gestione del malato oncologico chirurgico basata sulla creazione di reti oncologiche efficienti e, dove già presenti, sul loro potenziamento".
"Il modello che proponiamo - precisa l'esperto - si basa su una rete collaborativa come il Comprehensive Cancer Care Network, adattato a fronteggiare lo stato di emergenza e la successiva ripresa, ma anche migliorare lo standard qualitativo ordinario".
"Inoltre - conclude Gronghi - con il progetto 'Sico4Regions', la Sico si propone di creare programmi regione-specifici che agiscano su tre livelli: gestione del paziente chirurgico oncologico, che vorremmo comprendesse anche la vaccinazione anti-Covid pre-chirurgica; la creazione di un registro di patologia mediante il coinvolgimento dei Sico OncoTeam, e l'assistenza nella definizione delle priorità e nella redistribuzione delle risorse al momento dell'uscita dalla crisi sanitaria".