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13/07/2018

Fertilità femminile: il futuro è l'ovaio artificiale

fertilita femminile il futuro e l ovaio artificiale
Mara Pitari
Scritto da:
Mara Pitari
Giornalista & web content editor

Un ovaio artificiale, in grado di conservare gli ovuli in vita per diverse settimane aumentando la possibilità di avere un figlio anche dopo la chemioterapia o la radioterapia. È la nuova, pionieristica, ipotesi che si affaccia al mondo della medicina per dare una chance in più alle donne che sono costrette a sottoporsi a terapie che possono compromettere la loro fertilità ma che vorrebbero avere un figlio.

La gravidanza dopo un tumore non è impossibile. Sono infatti diverse le soluzioni al momento per salvare i propri ovociti: la loro crioconservazione prima di sottoporsi a chemioterapia e il ricorso a farmaci che proteggono le ovaie durante i trattamenti sono le due opzioni più in uso.

Ora un team di scienziati dell’Università di Copenaghen sta mettendo a punto un nuovo approccio che una volta pronto (bisognerà attendere tra i 5 e i 10 anni perché sia disponibile) potrà aiutare molte più donne a prevenire il rischio di infertilità.  I risultati degli studi sono stati presentati al congresso della Società Europea di Riproduzione Umana ed Embriologia (Eshre) a Barcellona.

Come funziona l’ovaio artificiale

L’esperimento è stato condotto sul tessuto ovarico prelevato da donne che avevano voluto conservarlo prima di affrontare una terapia antitumorale. Durante la ricerca, le strutture che racchiudono gli ovociti immaturi (follicoli ovarici) sono state isolate e fatte crescere su questa impalcatura di tessuto ovarico privato delle sue cellule, specie quelle cancerose. Il primo passo è stato eliminare le cellule presenti nel tessuto per mezzo di un lungo e complesso processo chimico. In questo modo è stata ottenuta una sorta di base, nella quale sono stati reimpiantati i follicoli.

Durante l’esperimento su modello animale si è potuto poi dimostrare che dopo tre settimane un quarto dei follicoli era ancora presente e i vasi sanguigni avevano cominciato a crescere intorno all’ovaio. «Abbiamo visto che i follicoli erano in grado di ripopolare di cellule il tessuto, con rischio molto ridotto della presenza di cellule maligne» ha spiegato, al Guardian, Susanne Pors, coordinatrice della ricerca del Laboratorio di Biologia riproduttiva del Rigshospitalet di Copenaghen.

«Quello che abbiamo fatto è un passo molto importante – ha insistito la scienziata – ma la strada è ancora lunga. Ci vorranno molti anni prima di poter replicare lo stesso processo in una donna». Il prossimo passo, annuncia, «sarà capire come si sviluppa l’ovaio ottenuto con questa tecnica, con periodi di osservazione fino a sei mesi».

Dalla scienza un aiuto per ritrovare la fertilità

L’ovaio artificiale potrebbe rivelarsi utile anche per le pazienti affette da sclerosi multipla e beta-talassemia, che si trovano spesso costrette a seguire terapie molto aggressive per ritrovare la fertilità. Non solo: il metodo sviluppato dal gruppo della dottoressa Pors – fra i più avanzati in questo campo, con tessuti ovarici di 1.100 pazienti conservati negli ultimi 20 anni, 115 dei quali scongelati e trapiantati in 90 donne – eviterebbe il rischio di reintrodurre cellule maligne potenzialmente presenti nel tessuto originale, una volta finita la chemioterapia.

Nello studio di Copenaghen, infatti, il tessuto ovarico viene conservato prima delle cure e congelato per essere poi reimpiantato. Da qui l’opzione più sicura dell’ovaio artificiale che eliminerebbe il rischio di trasferire anche le cellule cancerose come può capitare con il tessuto congelato, in particolare quando si tratta di leucemia o tumori ovarici. Inoltre, quando verrà messa a punto questa nuova tecnica, le donne con innesti ovarici potranno rimanere incinte naturalmente senza sottoporsi a fecondazione in vitro. Come accennato, i tempi della ricerca sono piuttosto lunghi e secondo i ricercatori potrebbero volerci anche dieci anni prima di poter usufruire dell’ovaio artificiale.

Per approfondire guarda anche: “Fecondazione in vitro”

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