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01/03/2018

Iperemesi da cannabinoidi: gli effetti collaterali della cannabis

iperemesi da cannabinoidi gli effetti collaterali della cannabis
Mara Pitari
Scritto da:
Mara Pitari
Giornalista & web content editor

Fumare marijuana non è cosa da tutti. Ma per una piccola cerchia di persone assumere cannabis può significare dover convivere con forti nausee, dolori addominali, giramenti di testa e vomito frequente. Non proprio quello che ci si aspettava nel momento in cui si era deciso di fumare erba. La sindrome da iperemesi da cannabinoidi (Cannabinoid Hyperemesis Syndrome, o CHS), è abbastanza rara (sebbene forse meno di quanto si pensava fino a pochi anni fa) e si può manifestare in persone che fanno uno massiccio di marijuana per anni. Non ci sono trattamenti, oltre l’astinenza.

Sfortunatamente, questa malattia è ancora poco conosciuta e, quindi, spesso accompagnata da diagnosi errate. Somministrare un farmaco anti vomito a una persona con CHS significa, perciò, andare completamente fuori strada: sia perché non si è individuato il problema, sia perché gli antiemetici si sono rivelati del tutto inefficaci sulla nausea da CHS. Ad alimentare la confusione, c’è il fatto che generalmente alle proprietà della cannabis è associata anche la capacità di ridurre il vomito, così nei paesi in cui la cannabis si può prescrivere a uso medico, c’è il rischio di ottenere l’effetto contrario a quello per il quale era stata consigliata.

Di pochi giorni fa è la pubblicazione sul sito americano Business Insider – ripresa poi dal sito scientifico Science Alert – degli ultimi studi in materia.

Partiamo dall’inizio. Nel 2004, in Australia, a un numero ristretto di persone fu diagnosticata una forma di vomito frequente e ciclico. Tutti fumavano marijuana in grandi dosi. Nove di queste persone finirono in un caso di studio. Sette di loro smisero di avere i sintomi quando cessarono di assumere marijuana.

Iperemesi da cannabinoidi: i sintomi della malattia da cannabis

La signora X, riportava lo studio, si accorse che c’era qualcosa di cui preoccuparsi quando per la terza volta si scottò la pelle nella vasca da bagno. La donna australiana sperimentò improvvisi e gravi episodi di malattia per nove anni. La donna raccontò ai medici che riusciva ad alleviare nausea, vertigini, vomito e dolori addominali soltanto con un bagno caldo. Quando l’acqua cominciava a raffreddarsi, nausea e dolori tornavano. Lei scaldava progressivamente l’acqua, per stare a bagno più a lungo che poteva. Ma un giorno riportò una brutta scottatura. E la terza volta che questo accadde, finì all’ospedale. Il caso della donna australiana, assieme a quello di altre otto persone con esperienze simili – la storia dell’acqua bollente accomuna tutti i report dei pazienti -, fu pubblicato nel 2004 sul Gut, il giornale ufficiale della British Society of Gastroenterology. Era la prima volta che a quell’insieme di sintomi veniva dato un nome.

Oggi un nuovo studio della New York University Langone suggerisce che la sindrome potrebbe riguardare molti più consumatori di erba di quanto si pensasse quattordici anni fa. «Milioni di persone», ha rivelato al Business Insider Joseph Habboushe, il professore della NYU che ha condotto la ricerca, pubblicata sul Basic and Clinical Pharmacology and Toxicology journal. Gli scienziati hanno studiato la CHS esaminando un ampio campione di persone finite al Pronto soccorso di New York.

Sotto la lente, migliaia di pazienti: l’unico scopo dei ricercatori era trovare solo quelli che facevano uso frequente di marijuana – cioè per almeno 20 giorni al mese. Gli studiosi hanno scovato 155 persone che rispondevano ai loro criteri. Tutti fumavano quasi ogni giorno o più volte al giorno, da 5 anni o più. Tra questi pazienti, circa un terzo aveva sintomi della CHS. Un numero più elevato di quello che gli scienziati si aspettavano. Habboushe e gli altri hanno stimato che 2 milioni di americani adulti possano essere affetti dalla sindrome.

Iperemesi da cannabis: l’unico trattamento (per ora) è non fumare

«Secondo noi non ci sono cure efficaci. La maggior parte dei farmaci anti nausea non funziona – spiega Habboushe -. L’unica cosa che funziona è smettere». Il docente sta lavorando a un'altra ricerca per individuare possibili trattamenti.

Habbousche crede che la disponibilità di cannabis anche molto forte possa contribuire ad aumentare i casi di malattia, ma senza dati o misurazioni reali del contenuto di THC, è impossibile dirlo con certezza. La ricerca non ha escluso neppure un ruolo giocato da possibili altre droghe assunte dai pazienti. La ricerca deve ancora proseguire. «Non vogliamo dire che la marijuana è un male o un bene – ci tiene a specificare però lo scienziato - ma soltanto che ha degli effetti collaterali. Effetti che dobbiamo ancora conoscere e imparare a evitare e curare».

Per approfondire guarda anche: “Vertigine”

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Mara Pitari
Giornalista & web content editor