27/12/2016

Nuovi test del sangue per diagnosticare il Morbo della Mucca Pazza

nuovi test del sangue per diagnosticare il morbo della mucca pazza
Walter Giannò
Scritto da:
Walter Giannò
Giornalista esperto in salute e benessere

L’encefalopatia spongiforme bovina (BSE), comunemente nota come malattia della ‘mucca pazza’, è una patologia degenerativa che si diffonde attraverso la carne di vacca infetta e le trasfusioni di sangue, provocando un rapido decadimento cerebrale.

La BSE è sempre mortale, non esiste una cura ed è così ‘misteriosa’ che ancora oggi si tendono a non accettare le donazioni di sangue da parte di chi ha vissuto, tra gli anni 80 e 90, nelle zone più colpite, come avviene nel Regno Unito.

Tuttavia, la speranza di una soluzione potrebbe arrivare da uno studio di due team di scienziati che stanno sviluppando esami del sangue per rilevare la variante umana della malattia, il morbo di Creutzfeldt-Jakob (vCJD), con una precisione del 100% e molto tempo prima della comparsa dei sintomi.

Al momento, gli esami del sangue sono stati sperimentati solo in piccoli campioni, per cui è ancora troppo presto per cantare vittoria.

Però, i risultati pubblicati sulla rivista Science Translational  sono promettenti.

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Il dettaglio dello studio 

Negli anni 90, quando scoppiarono i primi focolai della malattia della mucca pazza, sembrava che questa patologia fosse apparsa dal nulla, causando, come scritto all’inizio, la degenerazione irreversibile del cervello e del midollo spinale.

Per quanto riguarda i sintomi, i primi sono la depressione e le allucinazioni, seguiti rapidamente dalla demenza e dalla perdita del controllo motorio. Tutte condizioni che, nel giro di un anno, provocano la morte dei contagiati.

Nel corso del tempo, per fortuna, i ricercatori hanno scoperto molto sulla BSE.

Ad esempio, è ormai noto che la malattia si diffonde attraverso i prioni, agenti patogeni di natura proteica, con elevata capacità moltiplicativa.

Queste proteine infettano le vacche quando mangiano le frattaglie di altre vacche (e la stessa cosa avviene tra i cannibali).

I prioni, tuttavia, non possono essere uccisi facilmente dal calore o dalle radiazioni, ragione per cui non si conoscono, al momento, i modi per distruggerli.

Inoltre, non è ancora chiaro per quanto tempo i prioni possano restare dormienti nel sangue - nelle vacche ci vogliono dai 2,5 ai 5 anni prima che i sintomi compaiano e sono stati segnalati perfino periodi di incubazione lunghi 50 anni negli esseri umani.

Quindi, l’unico modo per conoscere con certezza se si sia infetti o meno è un esame del sangue e i ricercatori, in tal senso, hanno lottato tanto tempo e pare, finalmente, che la svolta sia vicina.

Entrambi i test, con approccio leggermente diverso, hanno la stessa idea di base, ovvero imitano la progressione della malattia in un ambiente amplificato in modo che piccole tracce di prioni animali nel sangue diventino facilmente rilevabili.

Il primo test, sviluppato da Claudio Soto dell’Università del Texas, Stati Uniti, ha coinvolto 14 pazienti e 137 controlli, alcuni dei quali sani e altri con malattie neurodegenerative. 

Il secondo, creato da Daisy Bougard dell’Università di Montpellier, Francia, ha identificato con precisione 18 pazienti vCJD tra i 256 del campione.

Il test francese, inoltre, ha individuato la vCDJ in due pazienti prima della comparsa dei sintomi.

Nel complesso, i due test hanno identificato un totale di 32 casi di vCJD da un campione di 391 con una precisione del 100%.

Entrambi questi studi, però, si basano su campioni di piccole dimensioni, quindi sono adesso necessari test da somministrare ad ancora più persone.

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Walter Giannò
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Walter Giannò
Giornalista esperto in salute e benessere