Milano, 3 ott. (AdnKronos Salute) - Nelle carceri italiane aumentano i casi di tubercolosi mentre sono in forte calo i detenuti positivi all'Hiv, ma l'epatite C resta l'infezione maggiormente presente anche se, grazie alle nuove cure, i detenuti sottoposti a trattamenti, al pari della popolazione generale, raggiungono la guarigione in oltre il 95% dei casi. Il bilancio della situazione sanitaria nelle carceri del nostro Paese arriva dal XX Congresso della Società italiana di medicina e sanità penitenziaria (Simspe), Agorà penitenziaria 2019, intitolato 'Il carcere è territorio' e in corso fino a domani a Milano, presso l'Auditorium Testori di Palazzo Lombardia, con 200 esperti provenienti da tutta Italia. L'appuntamento è organizzato in collaborazione con Regione Lombardia e Società italiana di malattie infettive e tropicali (Simit).
Dunque, un dato positivo si registra sul fronte dell'Hiv/Aids: la prevalenza di detenuti sieropositivi al virus è passata dall'8,1% del 2003 all'1,9% attuale. Questo avviene in modo particolare - spiegano gli esperti - tra i tossicodipendenti che rappresentano oltre un terzo della popolazione detenuta.
"Questi dati - sottolinea Sergio Babudieri, direttore scientifico della Simspe - indicano chiaramente che, nonostante i comportamenti a rischio come lo scambio delle siringe e i tatuaggi non siano diminuiti, la circolazione di Hiv non avviene più perché assente dal sangue dei positivi in terapia antivirale. Questi farmaci non sono in grado di eradicare l'infezione, ma solo di bloccarla. Di fatto, con l'aderenza alle terapie viene impedita l'infezione di nuovi pazienti".
Secondo i dati ufficiali del ministero della Giustizia - ricorda una nota - un terzo della popolazione carceraria è straniera e, con il collasso di sistemi sanitari esteri, con il movimento delle persone, si riscontrano tassi di tubercolosi latente molto più alti rispetto alla popolazione generale, con una differenza notevole: a fronte di Tbc latenti, cioè di portatori non malati pari all'1-2% fra tutti gli italiani, nelle strutture penitenziarie la percentuale sale al 25-30%, che aumenta a oltre il 50% se si considera solo la popolazione straniera.
"Anche se stiamo parlando non di malattia attiva, ma solo di contatti con il patogeno - conclude Babudieri - un detenuto su due risulta essere tubercolino-positivo e questo sottintende una maggiore circolazione del bacillo tubercolare in questo ambito. E' quindi indispensabile effettuare controlli estesi in questa popolazione, perché il rischio che si possano sviluppare ceppi multiresistenti è molto alto, con conseguente aumento della letalità nei pazienti in cui la malattia si sviluppa in modo conclamato".
Infine l'epatite C, che resta l'infezione più presente tra i detenuti. Molti penitenziari - si legge nella nota - si stanno attenendo sempre di più alle indicazioni ministeriali per raggiungere l'obiettivo dell'assenza di nuove infezioni da Hcv entro il 2030. A questo consegue che oramai non c'è più diversità nel trattamento tra pazienti dentro e fuori le carceri, ed è dimostrato come le persone oggi in cura raggiungano la guarigione in oltre il 95% casi, in modo indifferente se trattati in detenzione ovvero in libertà. "Un altro dato che sta emergendo dai nostri studi - aggiunge Babudieri - è che tra tutti i detenuti Hcv-positivi solo poco più del 50% sono realmente viremici, e quindi da sottoporre a terapie, rispetto al 70-80% atteso. Per molti di questi già guariti è anche ipotizzabile che abbiano eradicato il virus in maniera spontanea".