Schadenfreude: quando la sofferenza degli altri diventa piacere

schadenfreude quando la sofferenza degli altri diventa piacere
Scritto da:
Prof. Grazia Aloi
Specialista in Psicologia clinica e Psicoterapia

In effetti, si dice, e si sente dire, molto poco la parola tedesca “schadenfreude”, forse perché è davvero difficile da pronunciare o forse perché, nonostante tutto, un po' di pudore (pubblico) ce lo abbiamo ancora. Dunque, la parola può avere più significati, ma tutti girano attorno a: “gioire, provare piacere per il danno altrui, per la malasorte subita dagli altri”.

Una sorta di riscatto, sottile ma oltremodo pregnante, dell'invidia malevola – molto malevola – che un “normale” essere umano che non sappia nutrirsi di sé prova nei confronti del benessere che il suo vicino o i vicini di tutto il mondo – ossia l'umanità intera, a turno – gode.

E pensare che tutti noi, tra le poche misere certezze che abbiamo, dovremmo sapere che le cose, in generale, non possono andare sempre bene né possono andare sempre male; ossia la ruota della vita gira, gira, gira per tutti. Prima o poi. Il tutto sta nel saper aspettare o non aspettare il giro di giostra. Senza contare che i “normali patologici” mai si accorgeranno di questo fatto così tanto naturale da stare nell'ordine delle cose tanto quanto due più due fa quattro.

Il naso all'insù per vedere il momento in cui cade la “disgrazia dell'altro” e le mani in tasca pronte a tirarle fuori per sfregarsele dalla gioia impediscono di porre attenzione al proprio turno, e così... lo lasciano scappare.

Ma forse tutto è voluto: è più importante che tu – chiunque sia questo tu – stia male, soffra, abbia danno e dolore, piuttosto che io – chiunque sia questo io, sicuramente il Sé insufficiente dell'Io in questione - stia altrettanto bene, godendo del mio, e o mi disinteresso della tua sofferenza o me ne interesso. Nel primo caso siamo nell'egoismo della solitudine esistenziale, nel secondo nella capacità, anche se limitata ma pur esistente, di stare con l'Altro. Conosciuto o non.

L'origine della parola

La parola se l'è inventata lo psicologo olandese Wilco van Dijk ma - che io sappia - forse non voleva esserne il diavolo fabbricatore. Infatti, pare che già Aristotele ne facesse cenno e uso, non certo col termine tedesco ma con quello greco  di “epicaricacia”, con l'altrettanto significato di gioia per il male altrui.

Ad ogni modo, Wilco studia e considera il termine succitato come un sentimento e, sempre per quanto ne sappia io, continua ad occuparsene sotto forma di sensazione di disagio e di dolore provocato dalla delusione che l'altro stia - in quel dato momento storico (la ruota che gira) - meglio di noi, incapaci di condividere il suo benessere.

Mi verrebbe da dire, ancor meno della sorta di invidia che ho nominato prima, che Dio ce ne scampi e liberi e ci  “accechi” (e non a caso invidia ha proprio a che vedere con il “vedere” (anzi, “non poter vedere”) caso mai dovessimo provarla se non nella sua accezione positiva di pungolo, di motivazione a fare e imitare e non nell'azione distruttiva (dal fegato all'anima) per raggiungere mete (pensieri) magari troppo ambiziose (ambiziosi) che ci logorano e basta.

Aticofilia e sadismo

Eppure, è inutile nasconderci dietro un dito: la schadenfreude (che ci conviene chiamare, come sopra detto, gusto, contentezza, compiacimento malevolo, se non felicità e gioia per il danno fisico, materiale o morale che l'altro sta patendo) esiste, eccome. Allora dovremmo inserire almeno altri due concetti, per poter passare al perché un essere umano dovrebbe provare - anzi, prova - gioia per i dolori altrui.

Primo: il concetto di aticofilia che, senza ricorrere molto alla complicata etimologia (perché da alcuni studiosi trattata come sinonimo di schadenfreude), vorrei riportare come “gioia per la sfortuna dell'altro”. Secondo: il concetto di sadismo che è lecito considerare come il gioire nel procurare dolore all'altro.
I termini sono entrambi filie, ossia “piaceri, passioni, amori per...”: nel primo caso non si è autori (in genere) della sofferenza dell'altro ma solo spettatori amabilmente compiaciuti dallo spettacolo; nel secondo caso, si è assolutamente autori in piena coscienza e consapevolezza al punto da richiedere la “restituzione” del male nella trasformazione di masochista.

Ho voluto distinguere i due concetti ultimi rispetto al primo per una questione di “pratica”. Nel primo caso, penso che si sia inesorabilmente nell'ordine della questione morale ed etica: nel secondo, nel campo della psicopatologia, sia pure del carattere giacché se non nel comportamento pratico.

Due forme di intendere la vita e di considerare l'altro: nel primo caso, a mio parere, si tratta di una questione valoriale che investe non solo l'altro ma anche - e forse soprattutto - se stesso; nel secondo caso, si tratta di una (quasi) (in)volontaria predisposizione mentale acquisita per storia personale, in genere di violenza.

La differenza tra i tre termini è sottile ma non inesistente e, come detto, cercherò di spiegare - a modo mio - perché le persone siano soggette a queste brutture al punto da doverci sottostare.
Premesso che in ogni caso si tratta di insicurezza e instabilità emotiva e di assoluta immaturità psico-affettiva, nel primo caso, ripeto, non considero la “gioia per la sofferenza dell'altro” come patologicamente insuperabile: si tratta di una considerazione di scarsissimo valore di Sé che si riflette nella consolazione (molto spesso errata) che anche il Sé degli altri sia scarso e non degno. Una questione di moralità che, quantunque appena qualificata come non patologica, può sfociare in comportamenti altamente “gioiosi” da far perdere la testa e arrivare alla cattiveria più efferata.

Chi gode della sofferenza altrui è innanzitutto una persona insoddisfatta di sé e incapace di guardarsi dentro. Ma restiamo nell'ambito della incapacità di provare valori, tipo empatia, o gratuità o reciprocità: questioni sì anche di interesse clinico ma - fin qui - ancora nell'ordine della morale; tant'è che nessuno può essere punito o curato per ciò. Può solamente essere soggetto di valutazione, disapprovazione e critica sociale. Ma in genere, non si esce così facilmente allo scoperto.

Nel secondo caso, occorrerebbe ricordare che ogni filia ha origine inconscia (anche la migliore e la più accettabile socialmente, tipo sublimazione) ma tale filia è quasi sempre esito di sofferenza subita, fisica e non solo morale. Non siamo solamente, anche se una quota lo è, nel campo della restituzione del male. Siamo ancora nella sfera di una pessima incapacità relazionale che investe a tutti gli effetti la clinica in quanto un essere isolato è sempre e comunque un essere pericoloso per sé e per gli altri.

L'aggressività, il coraggio e il rispetto

Chi è contento della sfortuna degli altri, cerca riscatto e lo fa a partire dalla contentezza che non è il solo ad essere sfortunato fino ad “ubriacarsi” al punto da recare male per aumentare la sfortuna.

Vorrei precisare che ho utilizzato il termine “sfortuna” perché di ciò si parla comunemente ogni qualvolta le cose non vanno bene, ma vorrei invece sostituire il termine con incapacità di far andar bene le cose e incapacità di sopportare la sofferenza quando oggettivamente nessuna cosa o fatto può andar bene (la pazienza di aspettare il proprio buon turno della ruota di cui sopra). Non essere in grado di sostenere e sopportare la sofferenza è di competenza clinica per le conseguenze che tale stato di incapacità si porta dietro (dall'ansia alla depressione agli attacchi di panico eccetera).

Il sadico, invece, direi che è noto da chiunque e forse ognuno di noi, almeno una volta nella vita, lo è stato. C'è di mezzo la volizione, che è ancor più della volontà, di ferire (etimologicamente “tagliare”, “forare”) e di offendere  (etimologicamente “fendere”): si noti la violenza, la forza distruttiva di annientamento dell'altro. Al punto da surrogare/surrogar-si nella creazione (accoppiamento) con il masochista che restituisce con il proprio sopportare il dolore l'incapacità del primo a farlo.

Non a caso, in clinica, non è cosa né utile né buona “separare” coppie così perché troppo specularmente importanti l'una per l'altra. La fusione finisce solo quando uno dei due membri si stanca e si “stacca”.
In ogni caso, di qualsiasi forma si tratti, ciò che è investito e coinvolto è il Senso di Sé, che non tollera frustrazione alcuna e non riesce a star dentro ad una quota tollerabile, anzi, auspicabile, di buon narcisismo verso le stessi, alimento di ogni buona aspirazione al meglio. Ma non a spese delle sofferenze altrui.

Inoltre, chi è felice delle disgrazie altrui non ha fatto nessun conto con l'aggressività diretta: essere contento è come provare la soddisfazione di aver mollato un pugno sul muso dell'altro, che magari neanche si conosce. Ma questo è l'aggressività: non va quasi mai dove deve andare: è etere, vaga e si ferma sulle debolezze.

Altra cosa, molto lontana dall'aggressività, è il coraggio. Coraggio anche dei propri “difetti” con la buona volontà di migliorarsi per diventare sempre più Esseri Civili capaci di mettere ogni cosa che appartiene al posto giusto e di riconoscere i posti errati, ma di comodo.

Ma è anche questione di rispetto, che forse oggi è una parola quasi in disuso, purtroppo. Rispettare e non “amare” la sofferenza dell'altro e la propria è, a mio parere, segno di civiltà oltre che di maturità che ci consente di chiamarci e farci chiamare Uomini e Donne.

E allora ecco, dunque, come io abbia cercato di spiegare quel fenomeno di godimento della sofferenza dell'altro aprendola a ventaglio nelle sue varie forme, in quanto a me note come Clinica e come Essere Umano sotto la stesso Cielo di tutti.

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Prof. Grazia Aloi
Specialista in Psicologia clinica e Psicoterapia