Psicologia dei legami affettivi

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Legami affettivi e attaccamento

"Fare qualcosa per..." è la riformulazione dal latino che preferisco, perché contiene in sé la volontà attiva di fare e normalmente di fare bene e fare del bene.
Per noi psicoanalisti "affetto" è la "quota" inscindibile della rappresentazione della "cosa": il fatto - la cosa - esiste, è esistita – ma è un “fatto” e nulla sarebbe se questo fatto, questa cosa non fossero accompagnati da un "affetto" assolutamente collegato. Ossia: quale emozione, quale sentimento, quale affetto è indissolubilmente "attaccato" alla “cosa”? Proviamo gioia o dolore nel rappresentare a noi stessi quella “cosa” fatta?

In pratica - molto giù per terra, come nel girotondo dei bambini - siamo nel campo delle emozioni e dei sentimenti.
Ma quando i bambini, magari da adulti, ricorderanno quella particolare volta o forse tutte le volte che - giocando - sono caduti giù per terra, come ricorderanno? Con quale “affetto”? Perché se è vero che si cade tutti giù per terra in girotondo cantando che questo è il mondo, è altrettanto vero che si dice una delle più grandi verità.
 
Senza contare che “affetto” non è solo un sostantivo primitivo: esso è anche aggettivo ed è anche voce verbale, prima persona; e qui preferisco la versione etimologica di “colpito”.
Dunque: c'è in noi affetto per qualcuno (generalmente nel bene): ad esempio, proviamo un enorme, incommensurabile affetto per i nostri figli; siamo impressionati da qualcosa o qualcuno. Ad esempio, qualche uomo può essere affetto dall'immensità del cielo e del mare; siamo colpiti da ….: ad esempio, quell'uomo è affetto da una grave malattia.

Affetto e soggettività

Bene, e ora che ce ne facciamo di questa sciorinata libresca dei vari significati se non entriamo nel vivo del vero sentire umano? Unico e non condivisibile neppure quando è universale (e lo è sempre) perché ognuno “sente” lo stesso affetto alla sua maniera, alla sua sola ed unica maniera. Così come si piange e si ride alla propria unica e sola maniera, anche per gli stessi motivi.

Io, già di mio, esercito un mestiere che mi porta - a volte a - commuovermi o (sor)ridere con i miei pazienti. Fa molto bene farlo, e non c'è detrattore della psicoanalisi che, a mio parere, possa togliere dal proprio modo di professare queste, almeno queste, emozioni o - appunto - affetti.
 
C'è la neutralità analitica? Certo, ma come si fa a non abbracciare e piangere insieme al proprio paziente che con la disperazione più assoluta e inconsolabile dice che tutta la sua famiglia è morta e sola lei - solamente lei - è rimasta in vita, in vita che è differente da viva. Oppure, come si fa a non ridere di un buffo, buffissimo lapsus senza comunque sottrarsi comunque al proprio dovere di interpretazione?
Ma a dire il vero, poco mi interessa in questo scritto, parlare di come una psicoanalista ritenga o non ritenga di gestire i suoi affetti in quel magico, unico e insostituibile luogo che è la stanza d'analisi.

Affettività e dolore

È ora tarda e mi interessa parlare, come ho scritto prima, di quello che sono gli affetti per l'Uomo. Sarebbe troppo facile scrivere di me, delle mie gioie e dei mie dolori, così come sarebbe troppo insensibile parlare di quelle e di quelli dei miei pazienti. Pudore e serietà professionali me lo impediscono. Allora scriverò di altro, tanto non c'è che da guardare un attimo, un attimo solo le persone negli occhi, se le si vuol guardare.
 
Sul tram, una signora chiedeva ad una amica come stesse la figlia che in quell'orribile incidente di alcuni mesi prima aveva rischiato le perdere le gambe. Non ho avuto bisogno di far ricorso razionalmente a cosa siano gli affetti, perché la scena stessa era un affetto, una scena d'amore perduto: la prima non sapeva che la mamma non sapeva nulla dell'incidente e le lacrime di entrambi le hanno fatte scendere alla prima fermata. Come ricorderanno queste due mamme l'accaduto, con quale affetto? E che cosa si può fare per lenire questo dolore Nulla. Perché se la mamma non era al corrente, evidentemente così le cose della vita hanno voluto che fosse.

“Nulla” non è del tutto esatto: c'è qualcosa che si può fare, anzi è assolutamente da fare: perdonare. Solo il perdono potrà togliere l'affetto penoso legato alla “cosa” successa e solo il perdono evita, a chiunque lo sappia veramente mettere in atto, di attualizzare il dolore che la tragedia porterebbe sempre dietro con sé, come un serpente velenoso strisciante e penetrante.

Questo è un caso di affetto nel suo significato di fare del bene a qualcuno: a se stessi, perdonando (che non comporta il dimenticare) e mettere in atto un grande, infinito bene (affetto, amore) nei confronti di chi ha rinnegato il significato di accettare l'altro, madre, padre, estraneo che sia. Non c'è motivo al mondo, se non la natura umana che non abbia ancora barattato rabbia contro serenità, che possa prescindere dall'accoglimento e dalla comprensione degli affetti dell'Altro.
 

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È gioia per la nascita di un bimbo, ma la gioia è nascosta sotto uno spessissimo velo di aggressività: perché? Se guardi negli occhi, se lo puoi fare, ci si accorge che qualcosa non va e non va - forse - perché si è incatenati in decisioni impossibili e quindi la gioia si trasforma in urlo folgorante e dirompente verso chiunque si reputi responsabile del proprio dolore o comunque tristezza indicibile.
 
Gli uomini, si dice, sono traditori per natura; forse hanno letteralmente necessità vitale di “portarsi altrove”, di tanto in tanto. Ho saputo di un uomo che passeggiava con una donna che con evidenza non poteva essere la moglie né tanto meno la figlia: era la sua amante di tanti ma tanti ma tanti anni più giovane di lui. Un povero, stupido, narciso che spingeva una carrozzina contenente un povero neonato già segnato dai peggiori affetti perché frutto di stupidi e perfidi capricci di esseri patologicamente psicopatici.
 
Per fortuna, vedo anche occhi pieni di gioia, di felicità, di serenità e non posso che esserlo anch'io, per simpatia, per empatia, per identificazione e per affetto genuino. Ma è raro che le Persone siano cariche di buon Affetto, purtroppo anche di quello gratuito che la Vita ci dona senza nulla chiedere in cambio.
 
Penso sia così: un po' tutti siamo giostrai e aspettiamo il turno per riuscire a: “prendilo, prendilo, un giro gratis...”
ma la vita il giro gratis non lo dà due volte e allora approfittiamo dell'unico che abbiamo, senza sprecarlo in incomprensioni e in cattiverie che induriscono non solo il cuore ma anche tutto lo strato di pelle del corpo.
 
Siamo felici, cerchiamo di esserlo, perdoniamoci e perdoniamo: tutti abbiamo fatto del male e tutti ci hanno fatto del male. Ma se ciò è vero, come è vero, è altrettanto vero che la tracotanza del non riconoscimento ci separa dal buon significato di affetto, piuttosto che avvicinarci a forme d'amore sempre più sincere e cariche di riconoscenza e gratitudine.
 
Gratitudine e riconoscenza, questi sono i miei personali significati di Affetto e di Amore e ogni giorno spero che la Vita dia a me come a tutti la possibilità di capire che la nostalgia e il rimorso (altri affetti) uccidono più della bomba atomica che scoppia dentro il cuore. Con buona pace per tutti coloro che non sanno cosa sia l'affetto nel suo significato di “fare qualcosa per...”.
 
Ogni esempio è ipotetico, inventato per offrire il senso di gravità e severità della mancanza o dimenticanza di Affetto verso l'Altro: lo spettro paradigmatico gira e rigira è sempre lo stesso: Uomo, Donna, Famiglia, Figli, Società.

12/01/2017
04/11/2016