Lobotomia, pagina buia della medicina con tanto di Nobel

lobotomia pagina buia della medicina con tanto di nobel
Rosaura Bonfardino
Scritto da:
Rosaura Bonfardino
Giornalista esperta in salute e benessere
È certamente una delle pagine più buie della storia della medicina ma allo stesso tempo una di quelle che hanno fatto parlare maggiormente di sé e che continuano a farlo ancora oggi. Per Lobotomia si intende quella particolare procedura neuro-chirurgica che consiste nel sezionare le connessioni nervose da e per la corteccia prefrontale, la parte più anteriore dei lobi frontali.

Detta anche leucotomia prefrontale, la Lobotomia è una distruzione controllata della sostanza bianca, che può portare alla contemporanea asportazione di sostanza grigia, con conseguenze che vanno dalla modificazione della personalità alla catatonia totale. Una pratica che ha certamente solleticato la fantasia di molti registi. Basti pensare ad esempio a film come 'Qualcuno volò sul nido del cuculo', oppure ai più recenti 'Sucker Punch' o 'Shutter Island' di Martin Scorsese.

Se oggi non abbiamo dubbi e consideriamo tutti la Lobotomia o lobotomizzazione un procedimento di dubbia utilità e dai pesantissimi effetti collaterali, la stessa cosa non avveniva certamente da fine Ottocento fino ai primi cinquant'anni del Novecento, quando la pratica veniva considerata necessaria per curare una vasta gamma di disturbi psichiatrici.
 

Chi inventò la Lobotomia?

Sebbene in molti attribuiscono l'invenzione della lobotomizzazione a Moniz e Freeman, nei primi anni Trenta, il loro lavoro si basò in realtà su ricerche precedenti. Prima tra tutti nel 1880 quelle dello svizzero Gottlieb Burckhardt che eseguì alcune operazioni sul lobo frontale di diversi pazienti e su altre parti del cervello. Dopo aver letto i suoi resoconti, i due studiosi rimasero affascinati, ritenendo che separare il lobo frontale dal resto del cervello potesse eliminare forti stress e diverse patologie connesse.
Poco prima, a Londra, nel 1935, in occasione del 'The London Frontal Lobe Symposium' (simposio londinese riguardo il lobi frontali), vennero presentati due scimpanzé a cui erano stati distrutti i tessuti nervosi dei lobi frontali, prima e dopo l’operazione al cervello. Un'operazione che sedò di non poco i due animali e che portò nello stesso anno il neuropsichiatria portoghese António Egas Moniz ad eseguire la prima leucotomia prefrontale nell’uomo.
L'intervento fu considerato un vero successo perché ridusse l'ansia e i disturbi paranoici del paziente. In due anni l'operazione fu ripetuta su altri 40 pazienti con risultati, invece, piuttosto incerti, portando in molti casi alla modifica della personalità, alla mancanza di motivazioni e iniziative. Nonostante ciò, però, la lobotomizzazione divenne a breve un metodo sempre più utilizzato.
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Quanto fatto da Moniz fu, poi, messo a punto dai neurologi americani Walter Freeman e James Watts. Anche nei loro casi, in una parte dei pazienti operati si riduceva l'agitazione, ma in moltissimi altri si verificava una profonda modifica delle risposte emozionali. Ciò nonostante, però, si continuò ad andare avanti tanto che nel 1949 Moniz ricevette anche il premio Nobel per la medicina o la fisiologia.
 

La fine della Lobotomia

Con il passare degli anni, tuttavia, gli effetti negativi della lobotomizzazione che in molti casi portava persino all'inabilità, divennero sempre più evidenti, rafforzando i pareri contrari.
Fino al 1951 negli Stati Uniti d'America furono effettuati circa 20 mila interventi ma la procedura fu gradualmente abbandonata con l'entrata nel mercato di antipsicotici, antidepressivi e altri farmaci che risultavano molto efficaci nel trattare e alleviare le difficoltà e le sofferenze di pazienti con disturbo mentale. Oggi è una pratica totalmente abbandonata. 
24/04/2016
26/04/2016
TAG: Neurochirurgia | Malattie neurologiche e psichiatriche | Chirurgia
Rosaura Bonfardino
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Rosaura Bonfardino
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