14-02-2015

perchè il lutto non diventi una perdita di senso

Buongiorno, sono una ragazza di 24 anni e a settembre ho perso mia mamma per cancro ai polmoni; mia madre aveva 58 anni. Da quel giorno, nonostante stia affrontando il dolore e, mi sembra, stia elaborando il lutto, ho sbalzi d'umore notevoli: passo dal riso al pianto e, alle volte, ho veri e propri attacchi d'ira(solo nei confronti di estranei) che riesco scarsamente a controllare; inoltre ho spesso mal di stomaco e ho sempre difficoltà a digerire. Io e mia madre abbiamo avuto un rapporto complesso: siamo cresciute insieme, lei si è presa cura di me così come io mi sono presa cura di lei. Era un rapporto di amore-odio: litigavamo praticamente sempre ma era il mio punto di riferimento. Mio padre era sempre assente per lavoro, anche se durante la malattia le è stato molto vicino. Io vivo da sola da quando ho 18 anni: da quando si è ammalata ho cercato, essendo consapevole dell'impossibilità di guarigione, di farle perdere meno cose possibile della mia vita: mi sono laureata e mi sono sposata. Tutte cose che non rimpiango, anzi, senza mio marito credo che non sarei riuscita a trovare la forza di andare avanti. Sto cercando di andare avanti con la mia vita: lavoro, studio e cerco di aiutare mio padre, per quello che posso. Mi occupo della tomba della mamma come fosse un modo per sdebitarmi per tutto ciò che lei ha fatto. Avrei voluto sapere tante cose prima che se ne andasse, ma lei non ha mai risposto alle mie domande: ora devo convivere con questa mia "ignoranza".Mi chiedo se quella che sto attraversando sia solo una fase di elaborazione del lutto che, col tempo, potrò lasciarmi alle spalle, o si tratta di qualcosa di più complesso.Fondamentalmente vorrei riuscire a trovare una sorta di "pace interiore" che alle volte, "tra uno sbalzo d'umore e l'altro" emerge, nonostante, paradossalmente, non l'abbia mai avuta.
Risposta di:
Dr. Mauro Savardi
Specialista in Psicologia clinica e Psicologia e Psicoterapia
Risposta

Il lutto come giustamente lei descrive coinvolge tutta la persona nei suoi aspetti emotivi, per tanti motivi, tra i quali il fatto generale che ci mette nella condizione di doverci confrontare con la precarietà e con il fatto particolare che ci mette nella condizione di confrontarci con la perdita di una persona molto specifica. La morte di una persona cara collassa la personale prevedibilità del mondo e crea un cratere tra il desiderato/immaginato e la realtà dei fatti. Per questo motivo ed altri simili, quando si parla di elaborazione del lutto si parla di un lavoro interiore dal quale una persona esce inevitabilmente diversa e dove la razionalità non funziona più come bussola di orientamento. Il lavoro del lutto richiede fatica, dolore, sofferenza, ma soprattutto ad un certo punto inevitabilmente accettazione. Il tempo di per sè non è una variabile attiva ed aspettare che il dolore passi qualche volta può non essere sufficiente; il tempo è semplicemente un contenitore di cose che è possibile fare attivamente, tra le quali ha altrettanto valore anche il non fare, cioè lo stare nel dolore del lutto. Non credo si possa pensare al lutto in termini prototipici, nel senso...... un lavoro del lutto sta andando per il verso giusto perchè persegue determinate fasi a differenza di un altro; le variabili individuali ed emozionali in gioco sono troppe per poter dire questo è giusto e questo è sbagliato. La certezza è che la perdita di una persona cara fa star male e talvolta può essere utile ritagliarsi uno spazio ad hoc per permettersi semplicemente di stare male: in questo senso parlare con una persona "rispecchiante" (ad esempio psicologo, ma non solo e non necessariamente) può dare al lavoro del lutto, che lei già sta portando attivamente e più che degnamente avanti, una direzionalità di senso emotivo, che corrisponde principalmente con il dare senso al suo vissuto emotivo di questo momento.

auguri

mauro