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Il senso psicologico della festa

il senso psicologico della festa
Scritto da:
Prof. Grazia Aloi
Specialista in Psicologia clinica e Psicologia e Psicoterapia

Feste religiose, pagane, civili: ogni tipo è diverso da un punto di vista psicologico. Intervista alla Prof.ssa Grazia Aloi, Specialista in Psicologia e Psicoterapia.
 
In genere le persone amano stare in festa, è risaputo, ma qual è il significato psicologico della festa?

Vorrei innanzitutto fare una premessa su 'significato e senso' e su 'festa e festività'. Normalmente intesi come sinonimi, i termini sono differenti da un punto di vista psicologico, per cui è bene - a mio parere - specificarne la differenza. Secondo me, la differenza consiste, in entrambi i casi, nella percezione intima - se non addirittura nella 'appercezione', ossia nella rievocazione cosciente di sensazioni passate e attualizzate, piuttosto che nella intelligibilità, ossia nella conoscenza comunemente intesa e condivisibile attraverso l'intelletto.

In altre parole, senso e festa sono sostantivi (dal latino substantia, ciò che di per sé sussiste) che rivestono il carattere di soggettività, mentre significato e festività sono altrettanto sostantivi (sostanza, realtà) con un carattere psicologico meno personale e più oggettivo. A mio avviso, si sente 'privatamente' la festa e si conosce il significato 'pubblico' di festività. Le feste hanno un senso intimo, le festività hanno significato esterno.

Questa premessa costituisce la prima definizione di 'senso della festa', secondo un indice soggettivo psicologico.

Durante tutto l'anno ci sono feste di ogni genere. Esiste una differenza psicologica tra i vari tipi di festa?

Certo. Tra le varie feste esiste una notevole differenza di senso e mi riferisco alle feste pagane, a quelle religiose e a quelle civili. Oggi non più praticate, perché soppiantate da quelle religiose, le feste pagane avevano il senso della liberazione (vedi i Saturnalia, durante i quali il padrone serviva il suo schiavo), oppure quello di audacia (vedi i Lupercalia, durante i quali si scongiurava il pericolo dell'attacco dei lupi al bestiame), oppure quello del godimento dionisiaco (vedi le Antesterie, durante le quali vi era l'esaltazione del piacere e si godeva degli effetti dell'abbondanza del vino e del cibo).

Le feste religiose, in gran parte rivisitazioni di quelle pagane, hanno il senso della conoscenza con l'Altro e del desiderio/paura di essere come/il contrario di questo Altro (specifico di ogni Religione): l'incontro con l'Altro, a cui ci si affida, toglie anche dalla confusione e dalla solitudine nella quale ci si trova senza un preciso riferimento esistenziale.

È un bisogno di sentirsi strutturati, esistenti e consistenti rispetto alla vacuità e alla voracità del vuoto, del caos e in ragione del bisogno di ordine. Quelle civili sono rievocazioni dell'appartenenza sociale, appuntamenti con la Storia che hanno il senso di non cedere all'oblio della superficialità contingente in nome di una pseudo modernità rinnegatrice: la festa civile ci ricorda ciò che gli Altri - appunto nella Storia - hanno fatto per noi. È un richiamo all'intimo senso di partecipazione emotiva.

Ci sembra di capire che lei distingua il senso psicologico non solo in base al tipo di festa, ma anche in base alle disposizioni soggettive.

Dunque, se le feste pagane hanno il senso 'rivoluzionario' dell'essere, quelle cristiane il senso di 'dipendenza' superegoica da un Padre e quelle civili il senso della 'memoria' e della moralità, (caratteristiche - tra le altre - indispensabili per sentirsi parte della vita e del mondo), il senso psicologico di essa, della festa, è racchiuso nell'interpretazione (nel senso di diventare interpreti) del suo significato etimologico: festa deriva dal latino festum che significa gioia, giubilo ma anche baldoria.

Fare festa, essere in festa significa - psicologicamente - avere la capacità della levità del divertimento e della 'serietà' di esso, ossia significa saper dismettere le vesti del concetto (il pensiero più l'azione) e darsi all'astrazione del simbolo che, privatamente, l'evento di festa ricopre per sé. La festa ha il senso di essere 'rivoluzionari - dipendenti - memori' così come le tradizioni ci insegnano.

Occorre essere capaci di portarsi su un'altra dimensione, quella del non certo - dell'ignoto - del profano (nel senso di profanus: ciò che è fuori). La festa è il non-noto per definizione, in cui solo le reminiscenze inconsce ci possono far cogliere la bellezza o la bruttezza di essa. In questo senso la festa è anche baldoria, ossia coraggio, arditezza - appunto - del saper vivere (e rivivere) e trasformare sempre e comunque il sentimento in festa, cioè in gioia e letizia, attuando ogni ribaltamento necessario perché ciò avvenga.

Sia di esempio il Carnevale, in cui si 'leva la carne' per accostarsi alla Quaresima di astinenza e di purificazione e si indossa la maschera. Metaforicamente, accostarsi alla festa (qualunque festa) significa - da un punto psicologico - togliersi dalla 'carne' del proprio modo abituale di essere per accostarsi all'astinenza dell'ingordigia dell'essere come-si-è e per indossare, con letizia, la maschera che più si desidera indossare nella interpretazione della persona-in-festa (Persona significa appunto Maschera).

A quanto pare, la festa è proprio molto importante.

Se la festa è importante, ancor più lo è saper stare, essere in festa. Essere festanti, festosi, festaioli, festivi e quant'altro aiuta a togliersi momentaneamente dalla consapevolezza della coscienza e aiuta ad aprirsi alla pausa, all'intervallo del giro di giostra della vita. Sarebbe un peccato non sapersi godere il Sabato o la Domenica e non sapersi togliere cravatta e tacchi alti.

03/07/2015
25/02/2013
Psicologia Interviste Salute mentale
TAG: Psicologia | Interviste | Salute mentale
Scritto da:
Prof. Grazia Aloi
Specialista in Psicologia clinica e Psicologia e Psicoterapia