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Violenza: da cosa nasce e come imparare a gestirla

violenza da cosa nasce e come imparare a gestirla
Scritto da:
Prof. Grazia Aloi
Specialista in Psicologia clinica e Psicologia e Psicoterapia

Quali sono i meccanismi che scatenano la violenza? Perché è difficile controllare i comportamenti violenti? Intervista alla Prof.ssa Grazia Aloi, Specialista in Psicologia e Psicoterapia e Sessuologia.

Si dice che la violenza faccia parte della storia dell'umanità e che, quindi, non se ne possa fare a meno. È così?

Almeno in potenza siamo tutti assassini: o autolesionisti o omicidi: questa è la conclusione a cui arriva Freud nel difficile passaggio - subito dopo la Prima guerra mondiale - tra la teorizzazione di Pulsione di Morte in contrapposizione alla Pulsione di Vita (libido).

Egli riprende la concezione filosofica di Empedocle basata su Philia e Neikos come forze costitutive della realtà, ove l'una corrisponde all'amore, al benvolere, alla propensione positiva verso se stessi e, successivamente in maturità psicologica, verso l'Altro - in contrapposizione alla spinta derivante dalla contesa, dalla discordia, dall'odio; termini divenuti concetti fondamentali nel suo apparato psicoanalitico come Eros e Thanatos, appunto Amore e Morte.

E dunque, è così? O amiamo o odiamo? E se odiamo lo facciamo così tanto da mettere in pratica atti violenti contro noi stessi o contro gli altri?

Ebbene sì, a meno che non si attui la capacità di sapersi fermare attraverso il freno del pudore garantito dalla presenza di un autorevole Super-Io interiore, ossia dalla presenza di un'istanza che ci vieti di attuare concretamente, e violentemente, ciò che il sentimento di odio/morte vorrebbe attuare, permettendoci di 'sfogare' la violenza in 'fantasia' oppure in sublimazione. E dunque, se non riusciamo, per debolezza dei freni inibitori, a fantasticare il male che vorremmo fare e che, appunto, non facciamo (non ci 'permettiamo' di fare) oppure a sublimarlo trasformandolo in positivo (quante gentilezze hanno il sapore del capovolgimento!) siamo più o meno dei violenti distruttivi o contro noi stessi o contro gli altri

Perché non riusciamo a controllarci e assumiamo comportamenti violenti?

La difficoltà del vivere della nostra società civile 'liquida' (nel senso di fragile, disunita, frammentata) porta inevitabilmente all'esaurimento o all'indebolimento delle forze di autocontrollo, in quanto troppo presi a controllare l'altro, a controllare che non sia 'esso' (chiunque e qualunque cosa si voglia intendere con 'esso') a farci del male, e quindi molto spesso - esausti e disperati dalla non possibilità di vivere in armonia (libidicamente) - diventiamo soggetti autori di violenza ed anche soggetti di essa stessa. Violenza che può manifestarsi in vario modo, ad esempio verbalmente attraverso una 'semplice' frase cattiva e denigratoria o concretamente nelle azioni, dalle più 'leggere' alle più efferate, a meno che non intervenga la maturità di pensiero logico e razionale che fa osservare, oltre che trattenere, non solamente i propri impulsi ma anche le conseguenze personali e sociali nefaste del proprio pensiero e, eventualmente, del proprio agito.

Infatti, non è solamente su se stessi che ricadono le conseguenze - sia nel caso di auto che di eterolesionismo, ma su tutta una gamma variegata e multipla di fetta sociale. Inoltre, come detto, non è solamente l'azione violenta che procura danni personali e sociali, ma lo è anche il 'pensiero' violento, a prescindere dalla capacità di sapersi trattenere. Cioè, non è solo voler far male e farlo ma è violenza anche il pensare violento, senza l'azione, contro ideologie che potrebbe condurre ad azioni apparentemente inspiegabili e senza senso.

E ciò accade, da un punto di vista psicoanalitico, ogniqualvolta non siamo capaci di rapportarci in una relazione con la maturità psicoaffettiva necessaria. Questo vale per tutti i ruoli derivanti da relazioni duali fino ad arrivare a quelli multipli che coinvolgono altrettanto tutti, quali sono i rapporti sociali in genere.

Quindi, si tratta di una incapacità relazionale?

Si tratta di non riconoscere l'altro nella sua diversità all'interno della relazione con noi, relazione che è evidentemente fittizia e basata su uno 'stare insieme' giusto per dire, senza nulla mettere al sacrificio della perdita di qualcosa di sé in nome della condivisione.

Come spesso succede in questi casi, siamo di fronte ad un non superamento dell'egoismo narcisistico che ci fa 'deridere' i bisogni dell'altro, in quanto troppo presi a pensare ai propri o troppo presi addirittura a non considerare per nulla le emozioni e i sentimenti dell'altro. Oppure, si è di fronte ad una totale insensibilità verso chiunque, se stesso compreso, ogni qual volta la violenza è auto-diretta e ciò può avvenire in mille modi: uno per tutti, le dipendenze da qualsiasi sostanza o non sostanza e una sessualità promiscua a-finalizzata, ad esempio. È dunque la tolleranza verso se stessi e verso gli altri che permette al pensiero violento di non farsi strada ed è, per contro, la mancanza di tolleranza che crea il canale ideologico per alimentare e covare la violenza; così come è un'amicizia (se non un amore) che permette di provare sentimenti pacifici ed è il pudore del divieto che proibisce il verificarsi dell'azione violenta.

In ogni caso, ogni forma di violenza corrisponde ad una forma di Impotenza, nel senso di non avere (essere mancanti di) potenza psicologica per sottrarsi alla sopraffazione degli istinti che diventano ingovernabili e nel senso di non avere la capacità di stare dentro le emozioni e i sentimenti verso se stessi e verso gli altri, accettandoli come aspetti da comprendere piuttosto che negare 'uccidendoli'.

In conclusione?

Sarebbe una gran bella cosa se la violenza cadesse dall'agire umano e cedesse il posto all'aggressività, limitandosi al suo significato etimologico nel senso di andare incontro a, andare verso, tendere... Ma per questa trasformazione occorre maturità psicologica, che tanto auspichiamo per il bene e la valorizzazione umana di noi tutti.

23/11/2017
01/11/2012
Psicologia Interviste Salute mentale
TAG: Interviste | Psicologia | Salute mentale
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Prof. Grazia Aloi
Specialista in Psicologia clinica e Psicologia e Psicoterapia