Autostima: come imparare a riconoscere il proprio valore

autostima come imparare a riconoscere il proprio valore
Scritto da:
Prof. Grazia Aloi
Specialista in Psicologia e Psicoterapia e Psicologia clinica

L’autostima condiziona la relazione con se stessi e con gli altri. Intervista alla Prof.ssa Grazia Aloi, Specialista in Psicologia e Psicoterapia e Sessuologia.
 
Quale significato e quali origini si possono attribuire all'autostima?

Tanti sono gli imperativi ai quali la vita ci sottopone e uno di questi è proprio ineludibile per un buon vivere: “Conosci te stesso”, ove per 'te stesso' occorre intendere la totalità della personalità messa in scena, dal pensiero all'azione e dal ragionamento al sentimento.

Se per stima si intende la qualità di possedere intrinsecamente un valore o la capacità di dare, di attribuirlo estrinsecamente, per quanto riguarda l'autostima - rispetto alla personalità - occorre immaginare che essa risieda nello spazio tra il Sé, il Super-Io e l'Io, ossia immaginare e soprattutto valutare (correttamente) ciò che l'Io è capace di fare e di sopportare rispetto agli impulsi (del Sé) e alle imposizioni (del Super-Io).

È dunque l'autostima una funzione dell'Io? Sicuramente sì, se si intende con funzione dell'Io la rappresentazione della globalità, appunto, della persona e della sua capacità di interazione.

Cos'è allora l'autostima?

Se quanto appena affermato è vero, si affaccia già una prima caratteristica: l'autostima presuppone l'autocritica circa il proprio comportamento e ciò presuppone, di conseguenza, la capacità di una primaria riflessione sul senso del limite, della propria misura, sia spaziale che temporale: non si è né onnipotenti né infiniti, così come - d'altronde - non si è né impotenti né finiti; per una sana autostima è bene pensarsi (e regolarsi) come esseri potenti (che 'possono', quindi) e sempre in 'crescita' (rispetto alla finitezza statica). Ma autostima ha molto a che vedere, e sicuramente in maggior misura, con i sentimenti e con le emozioni, con gli stati dell'Essere, ancor più - appunto - che con i comportamenti; essa riguarda pure la capacità di amarsi e benvolersi e di sentirsi amati e benvoluti: chi 'sa' di sé, sa anche che gli altri 'sanno' di lui.

Autostima è crearsi un luogo dove stare, una casa propria abitata da se stessi e condivisibile con altri inquilini, da quelli privilegiati a quelli meno intimi, ma pur sempre prossimi. Quindi, autostima come capacità di 'saper stare con', di sapersi approssimare (diventare prossimo a) alle persone e agli eventi tutti; questa capacità di saper accogliere è un aspetto importante: non si può ignorare il valore di se stessi nel sentir(si) e nel non sentir(si) e nello stare o non stare.

E dunque autostima come conoscenza, capacità di rappresentazione a se stessi e agli altri e capacità di sapere che si sa o non si sa, ossia essere capaci di sottoporsi allo sforzo umano, obbligatorio, di interrogarsi sul significato ontologico, cioè proprio dell'uomo in quanto tale. Chi non sa, e quindi non 'è' e non 'ha', deve riempirsi per sopportare lo spazio interiore che farebbe traballare gli 'organi' psichici: come se il fegato non avesse connessioni e traballasse all'interno del suo spazio in solitudine 'esistenziale'.

Per forza, necessariamente, dovrebbe crearsi degli annessi, dei riempitivi di ancoraggio, di aggancio ad una realtà (sia pure fittizia, perché 'inventata') contro la 'disperazione' e dispersione nello spazio vuoto. Avere autostima dunque è sapersi riempire con 'consistenze' effettive e non virtuali: sentimenti, compagnia, attività, interessi e ogni cosa sia oggettivamente da ritenere sana e vitale e non malata e mortifera. È saper preferire per se stessi ciò di cui si ha bisogno per star bene nella sanità ed è sapersi negare, proibire, ciò che fa star male.

L'autostima riguarda la relazione con se stessi e anche con gli altri?

Certo, infatti l'autostima va intesa anche come capacità di chiedere aiuto alla parte razionale e costruttiva, in proprio e all'esterno; infatti, autostima è ciò che ci fa rialzare quando ruzzoliamo per terra stremati dai fatti della vita, quando sappiamo andare incontro alle critiche, alle richieste di perdono che ci ridonano la serenità, alla capacità di sopportare e di dare sollievo e conforto al Dolore, quando riusciamo a porci nella difficilissima posizione di sospendere ogni giudizio e di formulare solamente valutazioni critiche, quando riusciamo a guardarci allo specchio provando quel sano senso di imbarazzo se ci vediamo offuscati e non limpidi nei nostri tratti esistenziali, quando sappiamo riconoscere un 'mal di pancia' perché siamo stati ingordi di qualsivoglia velleità, quando non vogliamo tollerare le frustrazioni (altrimenti inevitabili) delle mancanze materiali e quando non vogliamo ritrovarci nell'essere moralmente mancanti senza aver posto rimedio; autostima è sapersi dire in faccia tutto ciò che non va, deprimendosi e rialzandosi con coraggio dalla palude nella quale a volte restiamo impantanati; autostima è avere il coraggio di non morire mai ad opera delle proprie mani ed è non permettere a nessuno di 'ucciderci'.

Autostima, ancora, è provare amicizia (nel senso di philia) per se stessi e per gli altri, è saper 'riconoscere' le evidenze e i nascondimenti e saperne fare i conti senza farsi sopraffare da ansie o ancor più da angosce. In fondo, autostima è 'semplicemente' ciò che ci consente di pensare e di dire: “io posso darmi una stima, una considerazione, ho un valore e questo valore privato e pubblico mi consente di esistere, per me e per gli altri e mi consente di amarmi e di farmi amare”.

Sembrerebbe tutto molto facile, ma è proprio così?

In effetti, non è facile e tutto funziona se riusciamo a districarsi abbastanza bene nel groviglio della 'normalità'. Ma non sempre le cose vanno così. Osserviamo - rispetto ai difetti dell'autostima - che esistono sia 'patologie' (ossia le piccole nevrosi accettabili perché compagne di vita, come lo sono alcuni concetti di 'psicologia del senso comune') che patologie vere e proprie.

Tra le 'patologie', possiamo rifarci ad uno storicismo che ci aiuti ad evidenziare alcune caratteristiche e, rifacendosi a Freud, si può quasi tentare una panoramica di genere, tenendo ben a mente i tempi storici e culturali delle sue teorie (ad onor del vero, occorrerebbe tener presente anche il contraltare del suo pensiero: per alcuni versi e nonostante le sue dichiarazioni di massima, è stato un buon sostenitore del futuro femminismo, spronando le donne, proprio con le sue 'provocazioni', a ribellarsi).

Secondo lui, secondo il primo Freud, l'uomo - il maschio - è più stimato da se stesso e dagli altri rispetto a quanto non faccia la donna, la femmina, perché si sente 'forte' contro il sentirsi 'debole' della donna nei confronti del Super - Io, donna che già da sola sa di essere poco addentro sia alla valutazione oggettiva che a quella dell'autocritica. 'Sa' di 'valere' di meno perché meno capace di resistere ai limiti.

Questo pregiudizio (o concetto limitato) è superato dalle migliori rivalutazioni del pensiero psicoanalitico, ma - ancora oggi - può capitare (e capita) che molte donne si sentano, permettano di farsi sentire e di essere sentite (percepite) come inferiori: che cos'è questo se non un 'difetto' della stima che si ripercuote sull'autostima, difetto legato anche a condizionamenti ancora resistenti? Da non confondere con la 'modestia' (assolutamente umanizzante, se realmente vissuta come progetto) che la donna prova rispetto alla responsabilità del dover portare in grembo un pezzo di mondo (la nuova generazione); la confusione potrebbe essere originata come paradosso: questa responsabilità la potrebbe rendere fragile nell'autostima in quanto non capace né di autofecondarsi né di essere sempre 'pronta'. Per contro, potrebbe verificarsi la modalità inversa, ossia quella di pensarsi superiore in quanto, proprio, custode e generatrice del futuro.

L'uomo non si pone minimamente questo problema, anzi!, perché in grado di inseminare tutte le donne che vuole e l'infedeltà è vista come segno di poter fare, e quindi poter essere, senza contare che può farlo ogni giorno, mentre la donna deve aspettare almeno il tempo del Parto e del ripristino delle funzioni ormonali. Come si può notare, siamo nel campo di generalizzazioni di massima che però riguardano la base, il terreno su cui poi trovano spazio le considerazioni soggettive, le quali portano - o non portano - a sentirsi, vedersi, percepirsi in un modo piuttosto che in un altro e a dare senso e possibile spiegazione per ben altre situazioni che diventano sovrastrutture rispetto, appunto, ad una considerazione soggettiva di base.

Allora quelle che lei chiama 'patologie' sono davvero importanti per una buona autostima. C'è dell'altro?

Sì e vorrei ora osservare altri aspetti, ritenuti 'patologici' nel senso sopra indicato: non vorrei farne dei 'casi' ma limitarmi ad osservare l'esistenza - l'usanza o l'abitudine, direi - di questi atteggiamenti, ben sapendo che il superamento del limite - come ogni superamento - porterebbe inevitabilmente a dover considerare la questione sotto la prospettiva della patologia vera e propria.

Dunque, l'uomo è molto più portato ad essere narcisista, mentre la donna si rifà, recupera con la seduttività (siano accolte con benevolenza queste considerazioni volutamente quasi 'didattiche' e non assolutamente di principio.) Che cosa significa ciò rispetto all'autostima? Può significare più cose, legate abbastanza strettamente a quanto scritto sopra ma diversamente delineate. Da un lato è come se ci fosse una tradizione di tipo inconscio (e non solo) antropologica dell'uomo procacciatore di beni e questo fatto può renderlo orgoglioso della propria forza.

Fin qui tutto bene, fintanto che l'orgoglio della forza-lavoro (ampiamente intesa) non lascia lo spazio all'idea di 'poter-tutto-lui': dall'orgoglio si passa allo 'sfruttamento' passivo di un'autorità sopra le righe, utile ad accrescere solamente il proprio senso di sé (e quindi una falsa autostima), mentre la diversità strutturale andrebbe utilmente e responsabilmente ben gestita nella suddivisione sociale. Dall'altro - sempre a riguardo dell'autostima narcisistica - si osserva l'amplificazione nel comportamento del significato etimologico del termine narcisismo: Narké che significa torpore.

Dunque, torpore come 'pigrizia' dell'agire mentale rispetto alle valutazioni: delle persone (se stessi per primi) e delle cose (le proprie per prime). Ma come per quasi tutto, vi è il rovescio della medaglia anche nel significato di Narké: esso significa anche 'stupore', ossia turbamento di fronte all'improvviso, all'inaspettato. Dunque, un'autostima narcisistica può portare ad essere indolenti rispetto all'autocritica e stupiti davanti ai cambiamenti repentini. (Ogni narcisista, uomo o donna che sia, ama crogiolarsi molto).

L'autostima 'patologica' femminile che adotta la seduttività (che non è seduzione, in quanto ne costituisce la parte esteriore, quella 'speculativa') rispetto alle persone e alle situazioni, pone di fronte ad un impoverimento dell'utilizzo delle proprie facoltà - poche o tante che siano - che vengono stravolte con la finzione, appunto, utilitaristica. È un'arte particolarmente femminile, proprio per tutti i motivi sopra descritti: se si pensa (ovviamente a torto) di avere 'meno', è chiaro che occorra metterci un 'di più' che almeno pareggi le possibilità di esito. Sicuramente l'autostima gioverebbe di più di un uso dell'arte della seduzione, in quanto il ritorno sarebbe di gratificazione dei sensi.

E per quanto riguarda le patologie vere e proprie?

Per quanto riguarda le patologie vere e proprie, osserviamo alcuni comportamenti 'contemporanei' del non funzionamento: primo fra tutti, le dipendenze. In linea generale, per dipendenza si intende 'subordinazione': esiste una sub-ordinazione da qualcuno o da qualcosa, nel senso anche di gerarchia (di persone, di valori, di cose). Non è auspicabile certo vivere al di fuori di una scala 'gerarchica' perché ne andrebbe di mezzo la reciprocità esistenziale in quanto tutti siamo dipendenti da e, a nostra volta, siamo indipendenti rispetto alla dipendenza altrui nei nostri confronti, ma è altrettanto auspicabile che non si viva claustroboficamente chiusi in un girone di dipendenza a senso unico.

Ai fini dell'autostima, è questione di non averne a sufficienza per gestire la questione del vuoto/pieno e per garantirsi compatti nella mancanza. Se è vero che si dipende dall'esterno, è altrettanto vero che si dipende da se stessi, nel senso che occorre 'bastarsi' per la quota di autosufficienza morale e materiale: se questo non avviene, interviene il bisogno smodato e patologico di ricercare fuori la quota ritenuta (sempre più) necessaria alla sopravvivenza. Questo vale per gli affetti (attaccamenti morbosi confusi per passioni travolgenti) quanto per le cose materiali (oggetti, sostanze, cibo) o per gli 'ideali'.

Ovviamente, anche l'astinenza rientra nell'abuso dipendente? lo è al contrario: ad esempio, abbuffarsi di cibo o di alcool è il contrario del digiuno o dell'astemia (avversione totale), ma il movente è simile, così come è simile l'astinenza da qualsiasi pratica in luogo della sua applicazione coerente con la soddisfazione di bisogni e la realizzazione di desideri. Ne sono altri esempi le pratiche coatte o assenti di sessualità, di carenza o iperproduzione ideativa e valoriale, di elargizione ingiustificata del proprio corpo, denaro, tempo, affetti intimi eccetera.

E dunque, che ne può l'autostima? Nulla, se è così mortificata e resa inesistente (nessuno nasce senza il senso di sé: o si accresce o di perde). E allora che fare? Apparentemente facile da dire, occorre andare a cercare la 'dipendenza' da se stessi, cioè occorre ritrovarsi nelle proprie capacità, anche se poche (perché magari non messe a fuoco) e uscire dal dispendio energetico (e non solo) della sottomissione passiva. Chiedere aiuto a se stessi, ancor prima - e comunque contemporaneamente - che agli altri: l'importante è chiedere aiuto alla stima, al valore, convincendosi fideisticamente che è 'in dotazione': nessuno non ne ha, per definizione e per ordine naturale del mondo.

Tra le patologie causate da scarsa o errata autostima, segue a buon titolo la Depressione (anche se sarebbe riduttivo affermare che ne sia l'unica causa). Depressione deriva da deprimere che è verbo transitivo e significa 'portar giù'. Dunque, ci si deprime e qui questo interessa riguardo l'autostima. Non solo si è 'dipendenti' dagli eventi esterni che stroncano le gambe, ma si è tirati verso il basso di se stessi. Quando l'altezza, la verticalità dell'esistenza è (ritenuta) troppa, si scende - e a volte si capitombola - verso il basso, verso l'orizzontalità (si dice che si ritorna alla 'Madre Terra', che richiama, ovviamente, il senso di morte). Pure in questo caso: che ne può l'autostima? Se ce ne fosse a sufficienza, si avrebbe la capacità e possibilità di fermarsi nella tristezza, ottimo sentimento vitale che ci fa toccare il senso profondo delle cose, ma se scarseggia si scivola, appunto, verso il basso e risalire la china è sempre un atto di estremo coraggio.

In chiusura cosa ci può dire?

Penso che la soluzione sia sempre la medesima rispetto a qualsivoglia argomento riguardante l'individuo: rendersi conto che ognuno 'È' per se stesso parte importante di ciò di cui si necessita per vivere. Questione di stimarne il valore.

03/07/2015
24/01/2013
Psicologia Interviste Salute mentale
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Prof. Grazia Aloi
Specialista in Psicologia e Psicoterapia e Psicologia clinica