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Come la crisi economica influenza lo stato psicologico

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Crisi economica, incertezza per il futuro, pensioni sempre più basse. Gli effetti della crisi economica si fanno sentire non solo sulle tasche degli italiani ma anche sul loro grado di benessere psicofisico.

Non passa giorno senza che le cronache raccontino di imprenditori e lavoratori che hanno scelto la disperata strada del suicidio, ridotti in fallimento e incapaci di guardare con ottimismo al presente e al futuro. Dall’inizio dell’anno si contano già 23 suicidi legati alla crisi economica. E non è una novità storica. Un’indagine della Scuola di Sanità Pubblica di Harvard ha fatto una valutazione di quanto la crisi economica mondiale peserà sulla produzione, ma ha anche ricordato come le crisi del passato siano coincise con un aumento del tasso di suicidi, malattie mentali, dipendenza da droghe e alcol.

Non a caso Brian Cooper, primo firmatario del Rapporto britannico, esorta le istituzioni a prendere provvedimenti: offrire sostegno psicologico a chi ha debiti (per loro il rischio di soffrire di Depressione o psicosi sarebbe di 3 volte maggiore e di 4 volte quello di ritrovarsi dipendenti da alcol o sostanze stupefacenti) e aiutare chi lascia la scuola, le famiglie a basso reddito, i meno abili anche attraverso un potenziamento dei servizi di salute mentale a disposizione dei cittadini.

Insomma la crisi non ha effetti solo sulla produttività e sull’economia su vasta scala, ma incide profondamente nella vita dei singoli, minandone la fiducia, la salute e il benessere psicofisico al punto tale che, in certi casi, l’unica via di fuga possibile sembra essere quella di togliersi la vita. Un preoccupante effetto domino che gli esperti chiamano 'effetto Werther'.

Maurizio Pompili, responsabile del Servizio di prevenzione del suicidio dell'Ospedale Sant'Andrea di Roma, conferma che in Italia non è la prima volta che una crisi economica coincide con l’incremento del tasso di suicidi: nel 1870 si registrò un lieve aumento del prezzo del pane e contemporaneamente un aumento dei suicidi in diverse zone d’Italia e d’Europa, e lo stesso trend si registrò a cavallo della crisi del 1929.

Attualmente in Italia si contano circa 4mila suicidi, 3mila dei quali riguardano gli uomini, ma spesso ad ogni suicidio corrispondono almeno 10 tentativi falliti, il che conferma che, almeno in certi casi, quello di togliersi la vita è un evento che può essere prevenuto. Tuttavia, secondo i dati resi noti nei giorni scorsi dalla Cgia di Mestre, dal 2008 al 2010 la percentuale di suicidi legati a motivi economici è aumentata del 25%, a dimostrazione che chi prende questa decisione è estremamente determinato e non riesce in alcun modo a vedere se stesso proiettato nel futuro.

Il suicidio causato da congiunture sociali ed economiche ci riguarda tutti e non dobbiamo restare spettatori passivi, esorta l’esperto, "chiunque nella società dovrebbe saper cogliere i segnali d'allarme" lanciati da una persona che medita il suicidio. Quali? Ad esempio “chi ripete da tempo che la vita non val più la pena di essere vissuta, o mostra agitazione e Insonnia, o ancora trascura il proprio aspetto fisico o l'alimentazione, oppure vende beni o cose che gli sono care, come se facesse una sorta di testamento”; ma anche repentini e immotivati cambi d’umore possono essere causa di allarme: “è giusto insospettirsi anche di fronte a qualcuno che normalmente è depresso e angosciato, e poi d'un tratto sembra sereno".

Insomma la prevenzione comincia dal dialogo e anche i media devono fare la loro parte: "contro l'effetto Werther ci sono linee guida internazionali anche per i mezzi di comunicazione", ricorda Pompili che consiglia di evitare "titoli a caratteri cubitali e soprattutto non parlarne limitandosi a riferire la cronaca dei fatti, ma accompagnarla sempre con un messaggio di speranza".

 

Il punto di vista
Psicologia e Psicoterapia Psicologia clinica

Importantissimo il tema trattato in questo articolo. Condivisibili le idee esposte. Aggiungerei che sarebbe bene, prima di occuparsi della prevenzione dei suicidi, non far gravare troppo la crisi sulle persone con maggiori difficoltà economiche, quindi preoccupandosi dei motivi dei gesti prima ancora che dei gesti in sé.

Quella descritta nell’articolo in 'psichiatrichese' si chiama depressione reattiva: uno stato patologico depressivo causato, però, da un evento assolutamente concreto e reale. Nella fattispecie la crisi economica. Le azioni da svolgere a mio parere sono, quindi, su 3 livelli.

Il primo, la gestione della crisi economica di cui parlavo sopra. Il secondo, la prevenzione dei suicidi come descrive molto appropriatamente l’articolo. Il terzo, il riconoscere le possibilità del singolo per affrontare fattivamente e psicologicamente la crisi. Se le persone sentono di poter nel proprio piccolo intervenire, allora questa è già una molla per non abbattersi troppo. A livello gestionale io credo che la cosa ideale sarebbe abbattere i costi della vita il più possibile e tentare di resistere fino a crisi passata. Come?

Siamo cresciuti nel consumismo. Siamo abituati ad avere una serie di beni che in realtà non ci servono per vivere bene. Di cui non abbiamo bisogno. Tutto questo, tra l’altro, ci ha anche allontanati gli uni dagli altri e da noi stessi. Impariamo dalla crisi. Sfruttiamola per recuperare valori persi.

Cerchiamo, per esempio, di fare muro comune. Una spesa collettiva ci aiuta? Ci fa spender di meno? Ok, questo è solo un esempio. Proviamo a giocare di più con i nostri figli piuttosto che comprargli stupidaggini. Altro esempio. Ce ne sono di certo tantissimi. Come si moltiplicano i siti e i consigli su come ridurre le spese sfruttando l’occasione per recuperare il senso della vita, dei nostri rapporti sociali. Che la crisi serva a questo.

26/02/2016
14/04/2012
TAG: Psicologia | Salute mentale