Isteria

Scritto da:
Prof. Grazia Aloi
Specialista in Psicologia clinica e Psicologia e Psicoterapia

Per Freud, e soprattutto per la 'prima' psicoanalisi classica, l'isteria è una delle manifestazioni patologiche conseguenti all'incapacità psichica individuale di separare l'esperienza dalla sua componente affettiva in essa stessa contenuta.

In altre parole, la manifestazione isterica – come altre sintomatologie -  si presenta quando la separazione tra la rappresentazione dell'esperienza e la quota d'affetto ad essa collegata risulta inibita a causa dell'impossibilità di 'scaricare' la suddetta quota d'affetto, la quale resta attaccata ('incapsulata') al ricordo dell'esperienza senza poter essere separata e senza che la rappresentazione (il ricordo) possa essere integrata nel flusso ideativo del soggetto.

Infatti, ai fini della salute e di un'armoniosa ed equilibrata vita psichica, è estremamente importante che la quantità di eccitamento (affetto) presente in ogni esperienza sia tenuta bassa (in onore al 'principio di costanza') attraverso la dispersione ('scarica'). Questo è compito dell'intero apparato psichico, che ha lo scopo – appunto - di proteggere la salute psichica da un'eccessiva stimolazione; il fallimento di tale operazione (ossia: impossibilità di scarica e mancata integrazione) ha esiti patologici, compresi – come detto - la formazione di sintomi e, appunto, l'isteria.

Ricapitolando: per isteria, dunque, deve intendersi una situazione psichica in cui lo scarico dell'eccitazione non avviene e, viceversa, si ha la produzione di sintomi (isterici). I sintomi isterici possono esitare in due differenti modalità ('teoria dell'isteria a due fattori'):

  • nel primo caso, l'affetto che resta incapsulato è convertito in sintomi somatici (mediante processi di conversione dallo psichico al somatico);
  • nel secondo caso, il soggetto isola (non integra) le rappresentazioni ideative dell'esperienza, ossia il significato del ricordo dell'esperienza, dal resto della personalità individuale (l'Io soggettivo), con il risultato che esse agiscono da fattori patogenetici; ossia il soggetto tiene i suddetti ricordi fuori dalla coscienza individuale rendendoli inaccessibili al ricordo.

In ogni caso, che si tratti di conversione somatica o di isolamento ideativo, la mancata dispersione dell'affetto dalla rappresentazione, assume la forza di un potente effetto Patogeno.

Da un punto di vista più strettamente psicodinamico - e rifacendosi, quindi, a successive rivisitazioni e ampliamenti della teoria da parte dello stesso Freud, attraverso l'introduzione di nuovi concetti - la  mancata scarica libidica dell'affetto, ora inteso come sessuale, e quindi la presenza di sintomi isterici, costituisce una 'incompatibilità' tra il benessere dell'Io ed una rappresentazione di desiderio.

Per mantenere la quiete psichica a cui si tende, il soggetto mette allora in atto il meccanismo di difesa della 'rimozione', che ha lo scopo – appunto – di attenuare la tensione provocata dalla dualità incompatibile con la tollerabilità dell'Io. È di scena, dunque, un 'conflitto' tra desiderio (pulsione) e divieto che porta ad una scissione ideativa, e quindi comportamentale, in quanto la personalità dell'isterico risulta essere una personalità divisa, non integrata, proprio a causa della pressione esercitata dal desiderio sulla possibilità di risposta da parte dell'Io.

E, dunque, a partire da quest'ultima affermazione: l'isteria ha vita e senso ancora oggi? E se sì, com'è sì, come si manifesta, in quali comportamenti? È fatto di comune esperienza aver provato il desiderio di compiere un atto (di qualsivoglia natura) e di decidere di non compierlo, perché… “non si può”.

Ora, se la decisione nasce da un sano – e assolutamente doveroso – senso del pudore, dell'etica personale e sociale, si è nel campo dell'assoluta 'normalità' psichica, sia pure a costo di qualche frustrazione, evidentemente sopportabile da parte dell'Io (che dimostra di saper fare il suo lavoro di 'mediatore').

Contrariamente, quando nessun freno, nessuna considerazione di ordine morale riesce a bloccare la carica (evidentemente intollerabile data la sua devastante potenza) del conflitto tra 'desiderio' e attuazione di esso, si passa all'atto.

Ciò non significa che cedere alla pressione del desiderio comporti inevitabilmente l'essere un soggetto (o, meglio, comportarsi da) 'amorale' (che comunque prescinde dalle presenti considerazioni): significa che l'individuo non è in grado di far fronte alle esigenze di mantenimento dell'ordine psichico di se stesso e in se stesso – e ciò per più motivi, sicuramente ricollegabili ad una Patologia di ordine psicologico (che sia riconosciuta oppure no).

Le manifestazioni che si possono addurre come esempi sono di svariata natura ma tutte riconducibili, da un punto di vista psicoanalitico, ad un mal superamento delle istanze evolutive e ad una difettosa integrazione della forza libidica (= aggressiva in senso etimologico) presente in ognuno di noi.

 

A cura di:

Prof.ssa Grazia Aloi
Specialista in Psicologia e Psicoterapia e Sessuologia

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26/03/2015
14/06/2012
TAG: Psichiatria | Salute mentale | Malattie psichiatriche
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Prof. Grazia Aloi
Specialista in Psicologia clinica e Psicologia e Psicoterapia