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Storia della psicoterapia cognitiva

La psicoterapia cognitiva non ha una paternità unica. Essa deriva da direttrici, sia epistemologiche sia tecniche, diverse ma confluenti in un univoco atteggiamento nei confronti del suo oggetto principale di interesse: la mente. Per brevità, tracceremo due direttrici principali: l'una derivante dalla ricerca di base, e l'altra sviluppata a partire dei trattamenti clinici.

In un aspetto più tipico delle discipline di base, possiamo delineare il retroterra dell'atteggiamento cognitivista CLINICO sulla base di un netto ed ancora formidabilmente valido cambiamento nella comprensione del fenomeno mentale e delle relative ricerche sulle caratteristiche del funzionamento della psicologia e del comportamento.

Questo cambiamento di prospettiva e di interessi, noto come 'rivoluzione cognitiva', è avvenuto a partire da alcune svolte importanti nel panorama scientifico durante la metà degli anni Quaranta e negli anni Cinquanta (Gardner H, 1985). Una delle novità scientifiche è stata la Teoria della Comunicazione che, avviata dal punto di vista formale e matematico principalmente ad opera di Claude Shannon e di Norbert Wiener, ha rappresentato la piattaforma teorica dalla quale sono state sviluppate sia tecnologie avanzate, come i computers, sia prospettive di applicazione nuove e promettenti, come lo studio dell'elaborazione del linguaggio.

Un'altra svolta decisiva, legata strettamente alla precedente, è la tipologia stessa delle tecnologie sviluppate; infatti gli stessi computers, molto più semplificati e più rigidamente formalizzati nel loro processo di funzionamento, hanno svolto il ruolo di 'banco di prova' per lo studio dei processi di funzionamento della mente, che iniziano in questo periodo ad essere indicati come 'paradigma HIP' (Human Information Processing) proprio testimoniando lo spostamento dell'interesse dallo studio delle occorrenze sensibili a quello delle variabili intervenienti interne all'organismo, dunque i processi mentali.

Un'ulteriore svolta, questa volta interna alla psicologia, è stata quella costituita dalla critica alla validità generale (o più esattamente assoluta) dei paradigmi di spiegazione dell'apprendimento in quel momento considerati come la sola risposta attendibile della scienza sull'argomento: l'acquisizione di comportamento (la teoria dei riflessi condizionati di Pavlov) e il mantenimento delle risposte (la teoria del condizionamento operante di Skinner).

Il mutamento di tale panorama è stato caratterizzato da un duplice fronte polemico di confronto. Il primo, e più graduale, cambiamento è stato caratterizzato dalle ricerche sull'apprendimento indiretto o per imitazione (conosciuto come 'modeling') ad opera di Albert Bandura; il secondo, e più duro in termini di confronto, è avvenuto nel campo della comprensione dei processi linguistici ad opera, principalmente, di Noam Chomsky. Queste due 'perturbazioni' scientifiche sono state tra le principali variabili di trasformazione e rinnovamento nel generale impianto teorico delle discipline attinenti alla condotta umana (e non solo).

In questo periodo, ormai la fine degli anni Cinquanta, abbiamo un proliferare di ricerche sui costituenti di base della mente; si realizzano esperimenti volti a configurare i processi psicologici come meccanismi di funzionamento aventi delle leggi definite e delle caratteristiche distintive. Quindi, esplodono campi di indagine che per molto tempo si erano arenati su alcune pur importanti conclusioni; tra questi settori troviamo: la memoria, il linguaggio, la percezione, il ragionamento. Sull'onda dell'entusiasmo, per aver visto una nuova prospettiva promettente, vengono delineate alcune leggi e regole di funzionamento che a tutt'oggi mantengono la loro quasi inalterata validità scientifica.

La seconda direttrice fondamentale nello sviluppo della psicoterapia cognitiva è stata l'evoluzione delle procedure nel trattamento di alcuni disturbi mentali. Mentre nel settore delle discipline di base il linguaggio teorico era strettamente aderente al metodo scientifico empirista, prima verificazionista ed in seguito falsificazionista come formulato da Karl R. Popper, nelle discipline cliniche vi era un vivace dibattito tra almeno tre posizioni.

Una prima ed importante posizione è stata l'atteggiamento organicista basato sugli sviluppi sempre più sofisticati della psicofarmacologia, sulla Depressione e sulle psicosi; una seconda voce polemica è stata, senza dubbio, la psicanalisi di Freud, e dei suoi allievi, la quale, straordinariamente in auge, contribuiva alla comprensione e quindi al trattamento dei disturbi mentali sulla base del suo metodo, principalmente basato sulla ricostruzione della storia del soggetto e delle sue vicissitudini affettive; la terza posizione era l'applicazione delle teorie del condizionamento (sia classico-pavloviano che operante-skinneriano) al trattamento dei disturbi del comportamento.

In questo scenario prende corpo il trattamento cognitivo, principalmente, ad opera di Aaron T. Beck ed Albert Ellis. Entrambi provenienti da formazioni psicanalitiche, l'uno psichiatra con una salda conoscenza del funzionamento biologico cerebrale, l'altro psicologo con una spiccata conoscenza dei processi relazionali.

Beck, occupandosi della depressione, individua due caratteristiche inequivocabilmente cognitive nei suoi pazienti (in controtendenza con la psicanalisi, la quale puntualizzava soprattutto le relazioni affettive infantili e le relative conseguenze di esse): il pensiero automatico negativo, e le distorsioni cognitive. Da queste scoperte importanti, oggi centrali e riconosciute ampiamente, nasce la Cognitive Therapy.

Ellis, invece, occupandosi di problemi comportamentali e di disturbi psicologici come l'ansia, evidenzia che nell'atteggiamento dei pazienti erano evidenti idee e regole non realistiche ed 'irrazionali'; il focus del trattamento diventa l'attuale atteggiamento rigido ed assolutista del paziente e non la ricerca di cause nel suo passato.

Da questa rottura teorica, oltre che tecnica, nasce la Rational Emotive Therapy. Sia Ellis che Beck possono essere definiti come i fondatori della psicoterapia cognitiva, ma altri autori come, solo ad esempio, Meichenbaum, Mahoney, Rachman, Kendall, approdano alla psicoterapia cognitiva, più recentemente da una direzione teorico-tecnica differente, e caratterizzata dall'adeguamento del trattamento comportamentale fondato sulla teoria del condizionamento alla scoperta delle variabili del funzionamento cognitivo indicate dalla ricerca di base.

Successivamente la psicoterapia cognitiva ha integrato i risultati di ricerche sullo stile di relazione precoce tra le figure di attaccamento e il bambino; da tali relazioni sono stati identificati alcuni stili generali di attaccamento che sembrano influenzare e stimolare il soggetto verso modalità di sviluppo psicologico coerenti con le esperienze avute (Bowlby, 1989; Guidano, Liotti, 1983; Liotti, 1994; Lorenzini, Sassaroli, 1995).

A partire da tali concettualizzazioni il cognitivismo clinico è definito da più prospettive secondo il particolare aspetto ritenuto di volta in volta centrale dai diversi autori. Attualmente, almeno nelle più diffuse pubblicazioni internazionali, è in corso il confronto tra cognitivismo CLINICO standard (modernist, nell'accezione anglosassone) e orientamento post-razionalista (post-modernist, sempre dall'inglese) o prospettiva narrativa.

Le sorti di tale confronto sembrano destinate ad una integrazione sia sulla base dei punti comuni sia sul riconoscimento dell'aderenza alle ricerche di base (sui processi di funzionamento mentale e sulle variabili di efficacia del trattamento).

18/03/2015
05/09/2012
TAG: Psicologia | Salute mentale