Roma, 19 ago. (Adnkronos Salute) - "Dal Covid, nella gran parte dei casi, si esce con parecchie limitazioni non solo psicologiche, ma anche fisiche che durano per lungo tempo. La monitorizzazione di questi malati non può terminare con la dimissione dall'ospedale, ma è necessario organizzare controlli ambulatoriali per seguirli per lungo tempo. Specie nei pazienti ricoverati in terapia intensiva, i danni a livello polmonare possano almeno in parte persistere a lungo o essere irreversibili". Sono alcune delle riflessioni di Antonio Rebuzzi, professore di Cardiologia al Policlinico Gemelli-Università Cattolica Roma, in un articolo firmato sul 'Messaggero'.
Rebuzzi analizza lo studio dei ricercatori del dipartimento di Geriatria (Angelo Carfi, Roberto Bernabei e Francesco Landi), della Fondazione Policlinico universitario Gemelli di Roma, pubblicato sul 'Journal of American Medical Association'. Ricerca che ha analizzato circa 200 pazienti con Covid, assistiti dal Gemelli, di età media 56 anni, il 37% donne.
"Durante il ricovero il 73% di loro aveva avuto una polmonite - precisa Rebuzzi - ed il 20% era stato soggetto a ventilazione artificiale ed era stato quindi costretto ad un ricovero in terapia intensiva. Seguiti per oltre due mesi dopo la dimissione, solo il 13% dei pazienti era completamente libero dai sintomi del Covid, il 32% aveva 1 o 2 sintomi e ben il 55% aveva la persistenza di 3 o più sintomi legati all'infezione pregressa. Più precisamente - prosegue - in quasi l'80% dei pazienti persisteva marcata stanchezza con difficoltà respiratorie e tosse persistente. In circa il 60% erano presenti dolori articolari e muscolari e nel 22% dolori toracici simil infartuali. Frequenti anche cefalea, disgeusia (alterazione del gusto) e mancanza di appetito. Sostanzialmente oltre il 44% dei pazienti accusava un peggioramento della qualità della vita nonostante fossero passati oltre due mesi dalla dimissione dall'ospedale".
"Questo lavoro, a mia conoscenza è il primo a studiare il dopo Covid, ci dice che chi è è stato infettato, anche se guarito, può restare indubbiamente fragile per lungo tempo ed essere più soggetto a patologie anche non Covid", conclude Rebuzzi.