Per quel che ne sappiamo le reinfezioni da coronavirus sono possibili anche se abbastanza raramente. Riguardano ad oggi in totale 6 casi accertati su circa 60 milioni di contagi.

Eppure, nonostante le informazioni disponibili siano molto poche, gli sforzi della ricerca in questo campo continuano a chiedersi come sia possibile.

Reinfezione al Covid: come è possibile?

Come spiega l’European Center for Disease Control and Prevention (Ecdc), si può parlare di reinfezione quando un soggetto sintomatico o asintomatico risulta positivo al Sars-CoV-2, si negativizza attraverso la risposta immunitaria, e a distanza di tempo si presenta un nuovo episodio di infezione che conferma attraverso il test la nuova positività, ma rispetto ad un genoma virale di Sars-CoV-2 diverso dal primo.

È stato dimostrato infatti, che i virus isolati nei casi di reinfezione ospitano mutazioni con sequenze genetiche diverse, e questo è possibile perché c’è sufficiente variabilità tra vari ceppi di Sars-CoV-2, confermando la possibilità di infezioni di uno stesso soggetto con nuove varianti di virus.

I casi di reinfezione

Al momento le reinfezioni dimostrate sono molto rare e diverse tra loro. In alcuni casi hanno avuto un decorso più leggero in altre più severo. Negli Stati Uniti un uomo si è ammalato due volte nel giro di 48 giorni l’una dall’altra con un ceppo geneticamente diverso e la malattia è stata più grave della prima. Nei Paesi Bassi è arrivato un caso di reinfezione di un’anziana, in cura per un raro tumore, poi deceduta. Ci sono stati poi casi documentati anche ad Hong Kong e Ecuador con un decorso più leggero rispetto alla prima infezione.

L’unica evidenza emersa è che i sei pazienti ricontagiati lo sono stati da due varianti differenti del virus di fronte alle quali i loro organismi hanno reagito in maniera differente. La reazione di fronte all'aggressione di un virus, infatti, è influenzata da molteplici fattori, specialmente genetici, e comporta differenti meccanismi immunitari, tra i quali anche la risposta cellulare che interviene prima della risposta degli anticorpi.

Tornare positivi al Covid dopo settimane non è reinfezione

Fanno notizia diversi casi di pazienti guariti da Covid-19, con tanto di tampone molecolare negativo, che a distanza variabile di tempo risultano nuovamente positivi al tampone, pur in assenza di qualunque sintomo.

Secondo uno studio pubblicato su Jama Internal Medicine da ricercatori della Fondazione Policlinico universitario Agostino Gemelli Irccs e dell'Università Cattolica, campus di Roma, 1 paziente su 5 guariti da Covid-19 torna positivo a Sars-CoV-2 dopo qualche settimana, ma meno dell'1% ha una vera reinfezione.

La spiegazione è che si tratti di una positività alla prima infezione da Sars-CoV-2 rimasta latente e non scomparsa del tutto. È possibile, infatti, che l’organismo in questi soggetti abbia mantenuto a distanza di tempo alcune tracce di RNA virale residuo, in una forma comunque non attiva ma rilevabile dai test e che mantiene quindi la positività del soggetto allo stesso genoma virale.

I tamponi molecolari possono rimanere positivi molto a lungo anche in assenza di particelle virali vitali e anche dopo la scomparsa di eventuali sintomi. Quindi per parlare di seconda reinfezione non basta tornare positivi dopo essere stati dichiarati guariti da una precedente infezione. È necessario avere a disposizione le sequenze genetiche dei campioni virali della prima e seconda infezione e confrontarle. Se sono abbastanza diverse è ragionevole credere di essere di fronte a due diverse infezioni.

Immunità al Covid quanto dura allora?

Sappiamo ancora poco riguardo al virus Sars-CoV-2 e al suo codice genetico ed ancora poche certezze abbiamo sulla risposta immunitaria al Covid-19 nel lungo periodo. L'ultimo studio, del La Jolla Institute in California, pubblicato sul sito di pre-stampa medRxiv afferma che l'immunità al nuovo coronavirus potrebbe durare almeno 8 mesi e i sopravvissuti, anche a forme leggere dell'infezione, potrebbero essere protetti per anni.

I ricercatori avrebbero scoperto che gli anticorpi "a lungo termine", noti come immunoglobulina G (IgG), sono effettivamente di lunga durata, mostrando solo cali modesti dopo sei-otto mesi. Quasi tutti i sopravvissuti hanno sviluppato cellule B che erano in grado di produrre nuovi anticorpi in caso di un nuovo incontro con Sars-CoV-2. Dunque è ipotizzabile che almeno nei primi mesi dopo la guarigione il rischio di reinfezioni al Covid-19 sia molto basso.

Infine, la buona notizia è che dai primi risultati sperimentali sui vaccini contro il Sars-CoV-2, la risposta anticorpale avviene nella quasi totalità degli individui, fiduciosi quindi che l’immunità conferita durerà a lungo.

Mai abbassare la guardia contro il Covid

Chi ha già avuto una prima infezione non deve considerarsi assolutamente immune. Il rischio di reinfettarsi è possibile, e deve continuare, come tutti, a adottare le misure di riduzione del rischio di contagio, basate sull'uso di mascherine, distanziamento sociale e igiene delle mani.

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