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09/02/2015

Epatite C: è necessario uno screening diffuso?

Si deve ai redattori del British Medical Journal l’apertura di un dibattito sull’opportunità o meno di ricorrere a uno screening diffuso per identificare tutti i casi sommersi di Epatite C. Cioè quelle persone che non sanno di essere infette e che, non solo, potrebbero rallentare la progressione della malattia cambiando il proprio stile di vita, ma potrebbero anche sconfiggere il male grazie alla nuova generazione di farmaci già sul mercato.

Il sofosbuvir e il simeprevir si sono, infatti, rivelati efficaci contro tutte le forme di Epatite, dalle lievi a quelle avanzate, e non provocano pesanti effetti collaterali. Certo non curano la cirrosi e quindi il danno al fegato resta, ma se le terapie antivirali iniziano per tempo, la funzionalità dell’organo può non essere compromessa.

Ad oggi l’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda di sottoporre al test sierologico HCV solo coloro che fanno parte di quelle fasce della popolazione con alta prevalenza dell’infezione o che hanno un passato di tossicodipendenza, di trasfusioni non sicure (perché fatte prima degli anni 90) o stili di vita ad alto rischio di esposizione al virus.

Negli Stati Uniti - ad esempio - il test diagnostico è offerto a tutti i nati tra il 1945 e il 1965, perché la stragrande maggioranza delle persone attualmente infette appartiene a questa fascia di età.

In Italia, invece, da questo punto di vista, cioè quello dello Screening conoscitivo, tutto è fermo nonostante sapere quanti sono i pazienti con cirrosi, fibrosi avanzate, o semplicemente infetti ma a uno stadio della malattia che ancora non crea problemi, può modificare l’atteggiamento della nostra sanità pubblica.

Intanto nella Legge di Stabilità è stato disposto lo stanziamento al Servizio sanitario nazionale di 1 miliardo di euro per l’acquisto, in due anni, di 50mila dosi di sofosbuvir per i pazienti più gravi ma manca un decreto attuativo per la suddivisione del budget tra le Regioni. E così accade che ci siano Regioni che ancora non hanno identificato i centri specializzati che seguiranno i pazienti. Sembrerebbe, infatti, che la somministrazione di sofosbuvir sia partita solo in dodici regioni.

TAG: Gastroenterologia | Fegato | Malattie infettive | Virus | Infezioni