Ammalarsi di solitudine

Ammalarsi di solitudine

La solitudine cronica è vera patologia. Talvolta accompagnata ad ansia e depressione, ha un forte impatto su corpo e mente.

La solitudine fa male, anche da un punto di vista fisico. Ci riferiamo ad una solitudine definita 'cronica', ad un vero isolamento sociale dai molti effetti indesiderati come hanno dimostrato anche alcuni studi condotti sugli animali.

È emerso, infatti, che l'isolamento sociale alterava i livelli di dopamina, un neurotrasmettitore che determina il comportamento impulsivo. Altre ricerche sull’argomento hanno evidenziato nell’uomo una compromissione delle prestazioni cognitive e del sistema immunitario, nonchè un aumento del rischio vascolare e delle malattie cardiache.

Inoltre gli studi dimostrano che la solitudine cronica aumenta il rischio di morte precoce del 45% e del 64% la possibilità di sviluppare la Demenza in età avanzata. Inversamente, le persone che hanno un forte legame con la famiglia e gli amici vedono ridurre il rischio di morte precoce del 50%. Ovviamente tutto ciò non ha nulla a che fare con degli stadi “temporanei” di solitudine dovuti - ad esempio - ad un trasferimento o, più tragicamente, alla morte di una persona cara.

Bisogna però non abbassare la guardia perché una solitudine 'situazionale' può involvere in una di carattere cronico, a volte anche per la vergogna rispetto al sentimento che si prova. È importante comprendere che un malato di solitudine, cioè chi si 'sente' solo non è necessariamente solo ma non riesce a stabilire delle vere interazioni, che abbiano un carattere di intimità.

Come affrontarla?

In primis riconoscendola con se stessi, ammettendo che ci sia e poi verificandone gli effetti su mente e corpo e affrontandola. Talvolta anche con l’aiuto di un terapista, soprattutto se compaiono anche Ansia e Depressione.

Se, invece, si riconoscono i sintomi in una persona che ci è vicina, ecco alcuni suggerimenti per supportarla:

  • Non scrivetele ma parlatele.
  • Se si lascia un messaggio in segreteria e non si è richiamati, insistere.
  • Proporre incontri dal basso impatto emotivo, come una passeggiata.
  • Non sminuire ciò che la persona sola sta attraversando.
  • Azioni semplici che possono fare una grande differenza.
Commento del medico
Dr. Giovanni Delogu
Dr. Giovanni Delogu
Specialista in Psicoterapia

L’articolo originale, peraltro molto interessante, porta l’attenzione sulla differenza tra l’essere soli e il sentirsi soli. Il senso di solitudine lo si può provare anche in mezzo a un gruppo di persone, e l’articolo descrive una solitudine “di stato” (legata alle circostanze contingenti) e una “di tratto”, più pervasiva.

Può capitare di attraversare momenti in cui ci si ritrova soli, per esempio dopo un cambio di residenza, ma la differenza è il riuscire a mettere in atto o meno delle strategie per entrare in relazione con altre persone, cosa che chi soffre di solitudine cronica non è in grado di fare.

La solitudine, o per meglio dire il ritiro sociale, non è una malattia in sè, ma è uno dei sintomi importanti di una malattia più ampia che prende il nome di depressione. Chi percepisce di scivolare verso un graduale ritiro e rifiuto delle relazioni sociali, deve prendere questo come un campanello di allarme.

Se non scompare in poche settimane è importante rivolgersi a una figura professionale come psicoterapeuta o psichiatra che sapranno prendere in carico la persona e occuparsi del problema.

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