Solitudine e solitudini

solitudine e solitudini

Scrivere o parlare di solitudine non è molto esaustivo in quanto si dovrebbe dire 'delle solitudini', al di là poi del dire sull'essere solo e sul sentirsi solo. 'Solitudini' perché, evidentemente, più di una ne possiamo conoscere e ognuno sa – sia pure senza saperne il 'nome', quale solitudine è sua compagna.

Comunemente per solitudine intendiamo l'astrazione dell'esser solo, cioè la condizione concreta di 'solo' fa sentire la 'solitudine'. In altre parole, la solitudine è una 'categoria' e così come si può dire che si è belli perché esiste la bellezza, si dice (appunto, normalmente) che si è soli perché esiste la solitudine. L'aggettivo che si sostanzia nel nome comune di cosa.

Abbandonando la via comune per addentrarci in un significato altrettanto 'comune' ma con un senso differente (quello psicologico), si ritorna al punto di partenza: le solitudini – che non molto hanno a che vedere con l'essere solo o sentirsi tale. Emotivamente siamo, tutti noi, fatti da coltri di differenti stati psichici che ci trattengono in stati di esistenza-per-se-stessi: in questo senso, la solitudine diventa stato concreto e non più astrazione concettuale e solamente in questo senso è lecito abbinare solitudine a 'solo'.

Quando si è soli, si è soli perché non c'è nessuno accanto oppure non si percepisce la compagnia o vicinanza di chi è accanto; la solitudine, invece, è la condizione, lo stato dell'anima che niente c'entra con la vicinanza (percepita o non) di qualcuno. Essere o sentirsi soli può essere anche doloroso, sia come scelta che come conseguenza; stare in solitudine mai – a meno che non sia 'ritiro' psicologico dovuto a condizioni mentali piuttosto importanti.

Dunque: le solitudini dell'essere. Solitudine dal Rumore, per togliere il caos sociale dalla necessità di silenzio del pensiero spensierato e libero e viceversa solitudine per accogliere il rumore, le grida del mondo; solitudine creatrice di nuove esperienze soggettive che vadano a toccare e leggere i sentimenti per se stessi e per gli altri, in modo da poterli sempre innaffiare con nuove vitalità; solitudine di riflessione sulle cose del mondo, per metterci la propria testa e la propria faccia nell'appartenenza coraggiosa; solitudine nel rimpianto per trarre una propria prospettiva per il futuro di essere umano sensibile; solitudine per trovare forza, energia, scopi e soluzioni per andare avanti nelle difficoltà quotidiane o epocali; solitudine per mantenersi tutore vigilante di se stessi, della propria dignità in ogni caso.

Ci sono cose che ognuno deve fare nella più assoluta solitudine e solamente dopo può condividerle con gli altri, altrimenti (se non fossero fatte in solitudine) non si tratterebbe di creazione o fattualità condivisa ma di un agire su spinte di dover o voler fare a tutti i costi per chissà quale motivo individuale o sociale di fraintendimento. La solitudine non produce nessun effetto se in compagnia e non è dunque amante dell'equipe o del gioco di squadra.

La solitudine potrebbe essere paragonata ad una condizione onirica diurna, in cui, liberamente, ogni non-pensiero affluisce per creare un nuovo pensiero concreto, più o meno poi davvero realizzabile nella realtà delle cose contingenti. Ogni tipo di solitudine avvia un cammino sentimentale che rimarrà tale fino all'affacciarsi di nuove emozioni legate al bisogno di altre solitudini.

Ciò significa che le solitudini sono temporanee: oggi sentiamo l'esigenza (ognuno la propria, a volte inconsapevole) di sostare in quel particolare stato di solitudine e ne cogliamo i sentimenti e con essi viviamo, fino all'avvicinarsi, appunto, di nuove emozioni-giuda verso altri impeti di solitudine, impeti di voler (e dover!) stare con se stessi, e poco importa essere o non essere accanto a qualcuno, purché consenziente a lasciar sostare nell'altrui solitudine. Se non provassimo l'esigenza della solitudine, saremmo sì soli! Soli senza noi stessi. E soli senza capacità di avere o sentire qualcuno accanto e senza capacità di non far sentire solo chi ci è vicino.

E qui possiamo passare all'esser soli. Ossia, non avere nessuno accanto con cui stare (e tutto ciò che questo significa) oppure non accorgersi che ci sia qualcuno accanto, oppure – altra possibilità – non avere nessuno accanto per scelta. Non avere davvero nessuno accanto è condizione umana tristissima, perché tutti noi abbiamo bisogno di avere qualcuno per noi e anche di essere qualcuno per l'altro. Esistono per chiunque nella vita casi in cui si è soli momentaneamente per fatti naturali molto importanti (perdite, lutti, separazioni, case che si svuotano e altro) ma poi ci si può rigenerare con nuove compagnie, ma esistono, purtroppo, situazioni nelle quali si è soli come situazione incancrenita dell'esser solo.

In questi casi, davvero dolorosi, occorre sicuramente ricorrere alla forza di volontà per riappropriarsi dell'istinto di vita che è innato e che si è perso strada facendo. Nessuno è mai solo se sa e se vuole trovare compagnia in altri esseri umani. Esistono, ovviamente, altre forme di compagnia 'vivente' non umana, che diviene umanizzata e ciò è riduttivo perché anche le migliori unioni di compagnia umana hanno anche bisogno di compagnie 'umanizzate', quindi non esclusione dell'una rispetto all'altra.

Saper trovare compagnia umana vuol dire, però, disponibilità all'incontro e significa (come sopra detto) tenere dentro il principio di vita che ci avvicina alla vita stessa (senza saremmo soli come 'morti'). La disponibilità all'incontro con l'altro richiede sacrificio rispetto alla libertà individuale per poter fare ciò che si vuole, ma a dire il vero ogni persona sola dovrebbe chiedersi perché e come è sola, cioè se fuori da una coppia o gruppo, ad esempio, oppure se fuori da tutto e tutti, perché se si sa stare bene in due (bene, con gli 'obblighi' necessari per stare davvero bene) si dovrebbe anche essere capaci di stare bene con mille, milioni di persone.

Ma il presupposto è uno solamente ed è a priori: star bene con se stessi e per star bene con se stessi occorre fare la conoscenza con il sentimento dell'amore e con la capacità di ritirarsi in solitudini rigeneratrici. Dunque, chi è solo deve aprire la mente, il Cuore, gli occhi e le braccia.

Chi si sente solo: non c'è molta differenza se non quella di non dover cercare tanto in là ma accorgersi che vicino, magari molto più di quanto non si immagini, c'è già qualcuno da tenere nella mente, nel Cuore, negli occhi e nelle braccia. Il segreto è voler stare con questo qualcuno: a volte basta cambiare 'gente': quella interiorizzata (il modello ideale di compagnia) e quella esterna a noi, con la quale condividere da frammenti a eternità di vita.

Cambiare, se impossibile stare, è doveroso per chiunque, per chi va e per chi resta. Chi sceglie di stare solo, senza nessuno accanto: fisicamente e materialmente è cosa abbastanza facile: uno se va per i fatti suoi chissà dove e chiude con il mondo e va bene così, ma sentimentalmente è un po' difficile, perché se possibile stare senza uomini o esseri umanizzati accanto, non è possibile stare senza emozioni e sentimenti (se non nel ritiro patologico, altro discorso – che tra l'altro non sempre corrisponde neppure al vero).

Neppure tutte le alfa privative del mondo possono alla lunga resistere tutte insieme: non c'è 'mancanza di' che possa sostenere un essere umano a resistere senza introiettare un sentimento qualunque che lo ponga in situazione: dall'odio, alla misantropia, all'ascetismo e, dunque, non è più solo, vive accanto a quel sentimento e per quel sentimento o ideale. Ad ogni modo, sarebbe bene osservare che l'importanza della vita aspetta per far da compagna a chiunque e sicuramente porge a tutti noi l'augurio che da cupi solitari si diventi brillanti ospiti di solitudini.

 

A cura di:

Prof.ssa Grazia Aloi
Specialista in Psicologia e Psicoterapia e Sessuologia

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23/04/2015
11/04/2013
TAG: Psicologia | Salute mentale