In ufficio anche con l'influenza

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Qualche linea di febbre, mal di testa, raffreddore e tosse. È l’influenza. E tutti, dai medici alle nonne, dicono che deve fare il suo corso naturale e che il modo migliore per curarla consiste in qualche farmaco per trattare i sintomi e tanto riposo.

Ma il consiglio non pare essere accolto da tutti i lavoratori. In tempo di precariato sembra che mancare in ufficio a causa dell’influenza possa essere una scelta penalizzante. Un’indagine britannica ha scoperto che si è registrata una netta diminuzione del numero di giorni di assenza per malattia. Ma in realtà andare a lavoro malati potrebbe non essere una buona idea.

Addirittura uno studio condotto dall’Università del Michigan, pubblicato qualche anno fa sul Journal of Occupational and Environmental Medicine, ha scoperto che la produttività viene penalizzata di tre volte se i lavoratori si presentano in ufficio con il loro carico di Virus, malesseri e malumore, invece di stare a casa.

A fare da eco a questa ricerca è anche uno studio condotto dalla Concordia University di Montreal condotto su 444 lavoratori che ha concluso che i presenzialisti, cioè quelli che si presentavano a lavoro anche se erano malati, non riuscivano a garantire il solito livello di produttività, rischiavano di fare un maggior numero di errori (che poi dovevano essere risolti), e con la loro presenza 'malata' rovinavano l’ambiente di lavoro e l’atmosfera.

Inoltre la loro eccessiva dedizione al lavoro veniva percepita dai colleghi come la manifestazione malcelata di un’Ansia da prestazione, di un’insicurezza di fondo, oltre che di una nevrosi. Ma cosa ne pensano le aziende? Generalmente i datori di lavoro mal tollerano le assenze causate da Influenza e altri malanni di stagione.

Forse vengono ancora percepiti come piccoli disturbi, facilmente gestibili, e che certamente non possono impedire il regolare svolgimento del lavoro. Ma in realtà studi come quelli presentati servono anche ad aprire gli occhi sui possibili danni del presenzialismo a tutti i costi.

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Il punto di vista
Medicina generale

L'articolo riportato tocca un argomento che, in tempi normali, si potrebbe affrontare con il semplice buon senso: una persona ammalata di una malattia infettiva e contagiosa come l'influenza non dovrebbe mettersi in contatto con persone sane, soprattutto se in ambienti più o meno affollati quali possono essere le scuole o gli ambienti di lavoro.

Innanzitutto per un motivo soggettivo: l'ammalato non sta bene, ha perso o ridotto la sua solita efficienza psicofisica a causa della sensazione di malessere causata dalla malattia (non dimentichiamo che i due sintomi fondamentali dell'influenza sono la febbre e l'astenia, che provocano, assieme, un indebolimento notevole della persona); pertanto la sua 'resa' sul lavoro sarà sicuramente inferiore alla solita.

In secondo luogo per un motivo oggettivo: il virus influenzale è altamente contagioso, per cui il rischio di contagiare i colleghi di lavoro è decisamente alto e la probabilità di innescare una reazione a catena è elevata. Ho iniziato questo commento scrivendo 'in tempi normali', ma purtroppo non stiamo vivendo in una società ed in un paese in cui la situazione lavorativa in genere possa essere definita 'normale'.

Il precariato è altissimo, la disoccupazione ha raggiunto livelli storici, le assunzioni da parte del pubblico e del privato sono ridotte al minimo indispensabile e le norme introdotte per scoraggiare l'assenteismo hanno prodotto un diffuso e giustificato timore di penalizzazioni anche gravi nei lavoratori.

La conseguenza è facilmente immaginabile: ci si reca al lavoro anche in condizioni fisiche non abituali, imbottendosi di antipiretici, antiflogistici e magari antibiotici. In questo modo non si dà l'impressione di essere un approfittatore e, per evitare guai peggiori, si affrontano i disagi derivanti da una malattia che, se anche non grave, è sicuramente invalidante.

Nella storia del lavoro ci sono sempre stati i corsi e ricorsi teorizzati da Vico già nel 1700: quello che stiamo vivendo è un periodo buio per il lavoro; di conseguenza il consiglio del medico di rimanere a casa ed aspettare i 4-5 giorni che richiede l'influenza per guarire viene annullato dalle necessità obiettivamente comprensibili di non compromettere un prezioso posto di lavoro. L'unica speranza è che l'Italia si risollevi al più presto dalla situazione in cui è caduta, restituendo agli ammalati almeno la possibilità di esserlo e di curarsi nel modo più opportuno.

14/11/2016
31/10/2012
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