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Ritardatari cronici? La scienza spiega perché

Ritardatari cronici? La scienza spiega perché

Si chiama "sindrome da ritardo cronico" il disturbo riconosciuto a un uomo scozzese che non è mai riuscito ad essere puntuale.

Ognuno di noi conoscerà qualcuno che è perennemente in ritardo. Per quanto possa provare ad organizzarsi oppure anticiparsi sembra che proprio non riesca ad essere puntuale ad un appuntamento.

Ebbene, i ritardatari cronici da oggi possono addurre a propria discolpa una motivazione che è addirittura di natura clinica. Il Daily Mail, infatti, riferisce di un uomo scozzese che dopo aver passato una vita intera sempre di corsa senza mai, ma proprio mai, essere riuscito ad arrivare puntuale ad un appuntamento si è rivolto ad uno specialista che ha diagnosticato un disturbo da ritardo cronico (chronical lateness).

Il caso di Jim Dunbar in effetti è davvero curioso: ad ogni appuntamento, anche a quello più importante, dal matrimonio al funerale, è sempre arrivato in ritardo e si è talmente abituato alla sua incapacità di gestire i propri tempi che per essere puntuale alla proiezione al cinema delle 19 deve cominciare a prepararsi ed organizzarsi ben undici ore prima.

Alla fine l’uomo ha deciso di rivolgersi ad alcuni specialisti che hanno coniato per la sua Sindrome un termine preciso: disturbo da ritardo cronico. Gli esperti del Ninewells Hospital di Dundee suppongono che questo disturbo sia strettamente connesso con la Sindrome da deficit di attenzione e con un’anomalia nella zona del cervello responsabile della corretta percezione del tempo, soprattutto quando la si deve mettere in relazione con dei gesti o delle azioni da compiere.

In altre parole, spiegano gli specialisti, chi è affetto dal disturbo da ritardo cronico è clinicamente impossibilitato ad essere puntuale perché, a causa di un deficit di attenzione e di un mix di sintomi quali letargia e confusione mentale, non riesce ad organizzare i propri impegni in maniera ottimale ed efficiente. E non sarebbe colpa sua.

Ultimo aggiornamento: 27 Aprile 2015
2 minuti di lettura
Commento del medico
Dr. Massimo Barrella
Dr. Massimo Barrella
Specialista in Neurologia

Resto sempre un po' sconcertato quando nella Letteratura medica si parla di 'nuove sindromi': il termine "sindrome" in senso stretto indica una combinazione di segni obiettivi e/o di sintomi indipendenti da una specifica condizione patologica; una sindrome influenzale è data dall'insieme di febbre, dolori articolari, dolori muscolari, ect, riconoscibile e definibile anche se non è noto lo specifico virus che l'abbia provocata. Solo invece ricostruendo tutte le componenti di una condizione patologica, ovvero cause, meccanismi, danno tessutale e/o d'organo, si può arrivare a parlare non più di sindrome bensì di malattia.

Nel concetto di sindrome è tuttavia implicata una certa ripetibilità dei fenomeni, in particolare nella loro combinazione reciproca, quest'ultima così frequente e costante da far intuire un meccanismo d'insorgenza suscitato da fattori comuni. Quando invece si affacciano alla ribalta casi caratterizzati dalla loro straordinarietà, cioè proprio da una combinazione di fenomeni che difficilmente coesistono nel corso delle malattie più usuali, più che di 'sindrome' parlerei semplicemente di "caso strano".

Questo "caso strano" offre a mio avviso una molteplicità di chiavi di lettura. Dal punto di vista della neurologia clinica, in particolare di quella parte che si occupa dei disordini della capacità cognitive (neuropsicologia clinica), mi è sembrato un po' azzardato associare la descrizione delle difficoltà comportamentali del paziente ad una patologia dell'attenzione.

Gli autori dell'articolo pensano che la sede della disfunzione sia la stessa coinvolta nella 'Attention-Deficit Hyperactivity Disorder (ADHD)' ma non mi sembra di aver inteso che tale localizzazione lesionale sia stata riscontrata nel simpatico paziente scozzese. Se, come viene narrato, il soggetto si vede costretto a prepararsi per ore ad un impegno fissato, fallendo poi comunque nella puntualità, la sfera di competenza cognitiva che mi appare maggiormente compromessa è quella delle 'prassie', ovvero nelle capacità di ideare e progettare sequenze di azioni idonee al raggiungimento di un risultato.

Se poi dovessimo prendere in considerazione l'ipotesi di un deficit della sensorialità degli eventi circostanti, tuttalpiù la sfera disfunzionale coinvolta potrebbe essere specificamente quella della percezione dello scorrere del tempo, percezione tra le più misteriose e complesse nell'ambito del nostro vissuto cosciente. Sarebbe tuttavia oltremodo singolare immaginare che il deficit di una competenza così pervasiva rispetto alla coscienza stessa, come appunto la percezione del fluire del tempo, sia in questo paziente così precipua alle sole incombenze logistiche e sociali, ossia gli appuntamenti. Tutto è possibile, perbacco: il riscontro di una tale specificità funzionale nell'ambito delle competenze cognitive della corteccia cerebrale dovrebbe spingere il paziente verso la ricerca, con sofisticatissimi esami per neuroimmagini, di una lesione cerebrale altrettanto specifica e focale.

Viene in mente il famoso racconto "L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello" del collega Oliver Sacks, a proposito di un caso di prosopagnosia, cioè di un deficit specifico nel riconoscimento, specie affettivo, del viso delle persone. Nei rarissimi casi di prosopagnosia però la lesione corticale viene in genere riscontrata (giro del cingolo), e in tal caso si può anche correttamente parlare di 'sindrome'.

Queste perplessità mi portano a considerare la seconda possibile chiave di lettura: quella psichiatrica. In questo contesto si aprono ampi scorci di letteratura romantica e intimistica europea: l'uomo che, subissato dalla continua richiesta di presenza sociale, soprattutto lavorativa, in cui la coincidenza degli orari e degli appuntamenti diventa sinonimo di affidabilità e capacità di sostenimento dei ruoli interpersonali, con un atto di implicita e involontaria ribellione assume su di sé l'onta di una sistematica trasgressione delle convenzioni sociali, convenzioni tanto più imperiose quanto più frenetico e impietoso diviene il ritmo delle incombenze quotidiane nel mondo produttivo occidentale e borghese. Ah! Liberarsi dell'orologio e dei calendari! Il sogno dell'uomo primitivo e felice che fissava i ritmi del suo lento lavoro su altrettanto lenti cicli stagionali...psichiatricamente un caso così potrebbe essere interpretato in termini di regressione infantile su base depressiva.

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