Roma, 29 mar. (AdnKronos Salute) - Da qui a 100 anni potremmo dover dire addio al miele. L'allarme arriva dai ricercatori dell'università degli Studi Milanom, che hanno dedicato un lavoro all'impatto dei cambiamenti climatici sulle api e, di conseguenza, sulla produzione di miele. La stagione invernale sempre più corta e calda - rilevano - ha innescato un allungarsi della finestra di attività delle api, ipotizzabile in 20-30 giorni di lavoro in più l'anno, e uno stress aggiuntivo per gli impollinatori che comprometterebbe la loro salute. Il sincronismo tra la fase della fioritura e la ripresa delle attività di volo delle api dopo l'inverno potrebbe aver subito importanti sfasature. L'inverno che cambia ha impatti anche sul ciclo vitale delle api, con conseguenze sulle covate che tendono a bloccarsi.
E poi la siccità. Quella del 2017, secondo i dati forniti dagli apicoltori italiani dell'Unaapi, ha causato un calo della produzione di miele dell'80%. A causa della siccità, infatti, i fiori non secernono più nettare e polline e così le api non solo non producono miele, ma rischiano di non riuscire a fornire il loro determinante servizio di impollinazione alle colture agricole.
Non solo ricercatori: a lanciare l'allarme sono anche gli apicoltori italiani (oltre 45.000 quelli censiti, di cui 20.000 produttori che detengono l'80% del patrimonio apistico nazionale: 1,2 milioni di alveari) che da tempo denunciano la drastica riduzione del numero e della produttività degli alveari. Insomma: una delle spie degli effetti negativi dei cambiamenti climatici e del riscaldamento globale è la drammatica diminuzione delle api domestiche e selvatiche. Dopo l'uso massiccio dei pesticidi, i cambiamenti climatici rappresentano una delle maggiori minacce per gli impollinatori, da cui dipende oltre il 70% della produzione agricola per la nostra alimentazione.