Milano, 30 apr. (Adnkronos Salute) - Uno 'scudo' insospettabile potrebbe proteggere dalla malattia di Alzheimer. Uno studio italiano pubblicato su 'Brain, Behavour and Inflammation' dall'università Statale di Milano e dalla Fondazione Don Gnocchi suggerisce come possibile alleato un parassita: il lavoro, spiegano dall'ateneo, "verifica come l'infezione da Leishmania impedisca lo sviluppo di infiammazione e possa avere un ruolo protettivo contro lo sviluppo" della forma di demenza più temuta. La ricerca, ispirata al caso di una tribù amazzonica 'Alzheimer-free', potrebbe aprire la strada a nuovi approcci terapeutici per il ladro della memoria.
La malattia di Alzheimer colpisce prevalentemente persone anziane - ricordano gli esperti - ha un'eziologia ancora sconosciuta ed è una condizione neurodegenerativa caratterizzata da una progressiva demenza da severa infiammazione, per la quale non esiste ancora alcuna cura. Diversi studi hanno mostrato come i meccanismi infiammatori, probabilmente scatenati dalla presenza di placche di amiloide nel cervello, siano secondari all'attivazione di un sistema multiproteico intracellulare chiamato inflammasoma. Un recente articolo pubblicato sul 'New York Times' ha rilevato come in una tribù amazzonica studiata per anni non vi fosse alcun segno di Alzheimer negli anziani, nonostante la presenza del solo fattore di rischio generico noto: ApoE4; il giornalista ipotizzava come ciò potesse essere collegato alla presenza di infezioni parassitarie.
Stimolati da questa osservazione, UniMi e Don Gnocchi hanno condotto uno studio proprio per valutare "la possibilità che l'infezione con Leishmania, un parassita endemico in Amazzonia, possa inibire l'attivazione dell'inflammasoma e lo sviluppo di infiammazione in cellule stimolate con amiloide, o di pazienti con malattia di Alzheimer". I risultati confermano la tesi: "L'infezione con parassiti impedisce lo sviluppo di infiammazione e potrebbe avere un possibile ruolo protettivo contro lo sviluppo della patologia".
"L'idea di utilizzare composti derivati da parassiti come farmaci immunomodulatori in malattie autoimmuni era già stata avanzata in precedenza", sottolineano gli autori.
"Recenti risultati ottenuti in modelli animali - affermano - hanno evidenziato che questo tipo di approccio potrebbe essere di beneficio anche in malattie umane; quest'ultimo studio suggerisce la possibile utilità anche per la malattia di Alzheimer".