Protesi e infezioni batteriche: cause, sintomi e complicazioni

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I grossi problemi legati alle articolazioni sono oggigiorno tutti trattabili e gli interventi di inserimento di protesi sono divenuti operazioni all'ordine del giorno. Chi soffriva, ad esempio, di una forte artrosi o di artrite reumatoide, che impediva enormemente la mobilità del paziente e gli infliggeva grandi sofferenze, finalmente può trovare una soluzione definitiva con l'impianto della protesi.

Le conquiste della medicina in questo campo negli ultimi decenni hanno fatto lievitare la percentuale di successo di questi impianti, tanto che circa il 98% dei pazienti sottoposti ad impianto di Protesi a distanza di 10-15 anni godono ancora della perfetta mobilità dell'arto con protesi. È anche vero, però, che c'è una piccolissima percentuale, il rimanente 2%, dei pazienti che, purtroppo, non trova la soluzione nell'impianto di una protesi, bensì l'inizio di un calvario.

È di circa il 2% infatti la percentuale dei pazienti le cui protesi vengono aggredite da colonizzazioni batteriche post-operatorie. La protesi è una zona estremamente favorevole per la colonizzazione di ceppi di batteri, che, tra l'osso e la protesi, trovano il luogo ideale per diffondersi.

La conseguenza è drammatica: la protesi comincia a staccarsi dall'osso e a muoversi. A questo punto l'unica alternativa è un secondo intervento per togliere la protesi ed inserire uno spaziatore di cemento impregnato di antibiotico ed un terzo intervento finale per l'inserimento di una nuova protesi.

Da dove arrivano i batteri?

A volte la causa viene scoperta nell'inadeguatezza dell'igiene in sala operatoria, ma ciò accade soltanto nel 35% dei casi. Nella percentuale restante, l'Infezione proviene direttamente dal paziente. Diverticoli intestinali, infezioni cutanee, dentarie, otorinologiche, ecc. possono convogliare gruppi di Batteri verso la protesi, isola felice per la loro moltiplicazione.

Se i sintomi, dolore e febbre, vengono riconosciuti subito come derivante dall'infezione alla protesi, si può ovviare, con la pulizia chirurgica, alla sua completa rimozione. Dopo 15 giorni dai primi sintomi, purtroppo, le possibilità di salvare la protesi sono praticamente nulle. Il problema fondamentale è che non è sempre facile riconoscere i sintomi precocemente, talvolta, possono insorgere anche piuttosto tardi o essere sottovalutati dallo stesso paziente.

L'esame più idoneo per porre una diagnosi corretta è la scintigrafia con leucociti marcati: i globuli bianchi vengono marcati con un tracciante ed iniettati di nuovo nel corpo del paziente; andranno a portarsi immediatamente nella zona del focolaio, facendo così scoprire l'infezione. Sarà quindi necessario la rimozione della protesi e, contestualmente, l'analisi del ceppo batterico per somministrare il giusto antibiotico.

Chi rischia di più?

Ci sono persone che sono più a rischio di sviluppare un'infezione alla protesi. Queste persone sono:

  • i diabetici: il tasso di zucchero nel sangue è molto più alto del normale e questo favorisce lo sviluppo dei batteri e rallenta la cicatrizzazione;
  • le persone obese: il ridotto apporto di ossigeno, tipico del metabolismo in queste persone, favorisce la colonizzazione batterica; il consiglio è quello di sottoporsi ad una dieta fortemente ipocalorica prima dell'intervento;
  • chi assume cortisonici: i cortisonici rallentano l'efficacia del sistema immunitario, rendendo l'organismo più esposto alle infezioni;
  • pazienti fisicamente debilitati: questi pazienti non sono in grado di sopportare un'operazione e il fisico debilitato potrebbe non essere in grado di difendere l'organismo contro gli attacchi batterici;
  • pazienti con infezioni silenti: ci sono dei pazienti che, pur avendo delle infezioni, non se ne rendono conto poiché l'infezione è completamente asintomatica, oppure i sintomi sono molto blandi. In questo caso, è consigliabile effettuare delle indagini preliminari all'intervento molto accurate per accertarsi dello stato di salute del paziente.
06/08/2015
08/01/2014