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Sindrome di Stoccolma: quando la vittima è attratta dal carnefice

Un rapporto apparentemente impossibile e inverosimile che spesso subentra in modo inconscio tra vittima e carnefice: la sindrome di Stoccolma.
sindrome di stoccolma quando la vittima e attratta dal carnefice
Walter Giannò Walter Giannò Giornalista esperto in salute e benessere
Un rapporto apparentemente impossibile e inverosimile che, però, spesso subentra in modo inconscio tra vittima e carnefice. Un amore, un affetto a cui per la prima volta diede un nome l'agente speciale dell'Fbi Conrad Hassel nei primi anni '70. Si può spiegare così la cosiddetta 'sindrome di Stoccolma', quella condizione psicologica per la quale la vittima di una rapina o di un sequestro manifesti sentimenti positivi che talvolta arrivano fino all'innamoramento, nei confronti del loro aguzzino.
 
 

Sindrome di Stoccolma: l'origine del nome

Hassel le diede questo nome in seguito a un episodio certamente strano avvenuto tra il 25 e 28 agosto del 1973 in Svezia.
Quattro impiegati, tre donne e un uomo, furono tenuti in ostaggio per 131 ore nella camera di sicurezza della Sveriges Kreditbank di Stoccolma da Jan Eric Olsson e Clark Olofsson. Nei confronti dei due uomini che minacciavano la loro vita, gli ostaggi alternavano uno stato di paura con una buona dose di dolcezza e comprensione.
Alla fine, non appena furono rilasciate, risultò che le vittime avessero più paura della polizia che dei due rapinatori. Una di esse sviluppò persino un rapporto sentimentale con uno dei due uomini (rapporto che continuò anche dopo) e che - quando i sequestrati furono chiamati a testimoniare - chiesero la clemenza per loro.
 
 

Quali sono le cause?

Studiosi e psicologi hanno provato a dare numerose spiegazioni a questo fenomeno.
Per alcuni le origini vanno rintracciate in una vera e propria dipendenza che si sviluppa tra vittima e aguzzino. Nel caso, ad esempio, dei rapinatori, questi controllano il consumo di acqua, cibo e delle normali funzioni quotidiane. Per questo motivo i sequestrati sono portati a dipendere totalmente da loro, provando un senso di gratitudine quando i sequestratori forniscono loro tutto il necessario per vivere.
Secondo altri studiosi, invece, la causa scatenante andrebbe ricercata nel tentativo che fa l'io nel trovare un equilibrio fra le richieste istintive dell’Es e una realtà angosciosa. Ciò provoca in modo quasi naturale dei meccanismi difensivi, quale è per l'appunto anche una sorta di affetto. Questa tesi, di sapore di gran lunga più psicoanalitico, è certamente quella ritenuta più appropriata dal maggior numero di psicologi.
 
 

Come si manifesta?

La sindrome trova manifestazione essenzialmente in tre fasi.
Nella prima la persona rapita prova un sentimento di terrore e confusione. Superato il trauma, cerca di affrontare la situazione che gli viene imposta, iniziando a sentire la propria vita sempre più dipendente dal carnefice. Nel momento in cui si convince di poter evitare la morte, si attacca a lui, verso cui comincia ad avvertire quasi gratitudine. La vittima, inoltre, comincia quasi a essere solidale nei confronti dell'aguzzino, capendo le sue motivazioni e tollerando le sue violenze che ritiene essere mosse da ragioni valide.
Le tre fasi possono così riassumersi:
  • sentimenti positivi degli ostaggi verso i loro sequestratori;
  • sentimenti negativi degli ostaggi contro la polizia o altre autorità governative;
  • reciprocità di sentimenti positivi da parte dei sequestratori.
Non è forse un caso che nella maggior parte delle situazioni, la sindrome di Stoccolma favorisce la sopravvivenza del rapito dando vita a un feedback positivo da parte dell'aggressore.
 
 

In chi può manifestarsi?

Certamente, la manifestazione della sindrome dipende fortemente dalla personalità del sequestrato. È meno probabile, infatti, che si sviluppi in chi ha un carattere forte e dominante, mentre maggiore è la possibilità che prenda vita in personalità insicure, poco consolidate e in chi si lascia 'depersonalizzare' con facilità attraverso una sorta di lavaggio del cervello.
 
 

Cure e durata

In genere la sindrome si manifesta entro il terzo giorno di prigionia, ovvero dopo il superamento del trauma iniziale.
Anche dopo il rilascio, però, la patologia può continuare attraverso degli effetti psicologici come disturbi del sonno, incubi, fobie, trasalimenti improvvisi, flashback e depressione.
In genere queste sintomatologie possono essere curate attraverso i farmaci, accostati a un percorso psicoterapeutico.
 
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Il punto di vista
Psicologia e Psicoterapia Psicologia clinica Psicoterapia Sessuologia
Si, certo la Sindrome di Stoccolma esiste eccome ed è una vera e propria malattia! Esiste e resta addosso, attanagliante, fintanto che -  con le dovute terapie -  non si guarisca o almeno fintanto che non si abbia una buona remissione tale da poter consentire una vita almeno decorosa.

Esiste, e tanti/tante ne soffrono e ne sono colpiti, così come esiste il Disturbo Post traumatico da stress, ad esempio per i reduci della guerra del Vietnam per i quali furono addirittura scientificamente studiati e approntati sistemi di misurazione dello stress.
A quanto pare è al dolore e alla sofferenza psichica che dobbiamo le migliori scoperte terapeutiche, perché senza dolore non si “attraversa” proprio nulla e nessuna esperienza traumatica sarà mai superata, in quanto le energie (le forze libidiche) restano lì bloccate, nel trauma e nella paura di esso..
Anzi, non è detto che tali forze libidiche non restino attaccate – nel caso specifico della Sindrome di Stoccolma – non tanto al trauma in sé quanto al “salvatore”, a colui che ti “regala” di restare in vita. Ed è possibile negare un atto di riconoscenza, d'affetto o addirittura d'amore a una tal generosa persona che magari ti sequestra, ti sevizia, ti offende mortalmente nel corpo e nell'anima ma non ti fa morire veramente.

La sua “bontà” ti tiene in vita e, dunque, perché non stargli accanto, capirlo, perdonarlo, proteggerlo e giustificarlo, addirittura?
Peccato, davvero peccato, che però si generalizzi e si mistifichi una realtà che non è significativa del tutto: la dipendenza “costituzionale” della donna.
Ma lasciamole in pace e occupiamoci dell'uomo che RENDE dipendente, dell'uomo che ti spezza per il  suo malato narcisismo, che poi altro non è che impotenza trasformata in potenza; potenza di pollice su o pollice verso sulla vita e qualità di essa di un altro essere umano che, per differenza, non sa far valere la propria potenza. Non dimentichiamo che la parola “narcisismo” (narké) significa e contiene in se il seme della depressione.

Certo, la debolezza e la dipendenza femminile esistono davvero al punto da annientare la capacità cognitiva di pensare “chi sono io senza di lui o chi sarei senza le sue cure?”; annientamento, obnubilamento  capaci di arrivare e alimentare   livelli insopportabili della paura, del terrore della morte.
Ecco perché è possibile che una donna si “innamori” del suo carnefice.

Ma andiamoci piano con le “mitizzazioni”: un uomo carnefice è una persona malata, psicopatica, da curare seriamente (anche difficilmente non si cade nel drop-out, ossia nell'abbandono della terapia, perché manca la motivazione ad uscire dal mondo favoloso del comando-potere).
Così come è da curare ogni donna incapace di badare psicologicamente a se stessa, ignorando la propria forza per “pensarla” e per “agirla” in debolezza e spossatezza morale che tanto ma tanto dolore fa sopportare.
Fino a scoppiare e a ricorrere – finalmente – alla via della cura psichica della propria Persona.
01/07/2016
16/06/2016
TAG: Psichiatria | Psicologia | Salute mentale | Malattie psichiatriche