L’HIV, acronimo di virus dell'immunodeficienza umana in inglese, è uno dei virus più famosi degli ultimi decenni. Come suggerisce il nome, si tratta di un virus a trasmissione interumana in grado di causare la sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS), condizione che porta la persona che lo contrae a vedere le proprie difese immunitarie colpite dall’infezione, decimate fino a rendere l’individuo coinvolto suscettibile a patogeni che diventano – grazie all’HIV – persino mortali.

Si tratta di una malattia sessualmente trasmissibile, poiché ha nei rapporti sessuali non protetti la più probabile causa di trasmissione; anche le trasfusioni di sangue o il trapianto di organi da persona sieropositiva possono essere fonte di contagio, ma nel mondo occidentale – grazie agli attenti controlli medici nei confronti di questo ed altri patogeni – queste eventualità sono quasi del tutto azzerate.

Quali sono i test da fare

Per sapere se si è venuti a contatto con l’HIV e lo si ha contratto è necessario eseguire un test anticorpale, ovvero un test che va alla ricerca degli anticorpi che il nostro corpo produce contro il virus nel tentativo – purtroppo vano – di sconfiggerlo.

Tuttavia, nonostante l’obiettivo dell’indagine sia sempre quella di ricercare gli anticorpi nel paziente, esistono differenti test per farlo. Il più classico è quello eseguito attraverso prelievo venoso, che viene quindi effettuato in laboratorio analisi e che ci permette con alta affidabilità di sapere se si ha contratto o meno il virus.

Esistono però anche altre tipologie d’indagini, a parità di sicurezza, che permettono di avere risposta in molto meno tempo e di essere eseguibili anche al di fuori dell’ambiente ospedaliero: i test rapidi. Si tratta di test che richiedono del sangue periferico per essere eseguiti, non rendendo dunque più necessario il prelievo sanguigno, e che in 20 minuti comunicano al medico che lo esegue la reattività o meno (ovvero la presenza o l’assenza degli anticorpi contro HIV).

Essendo test di screening, sono affidabili in caso di negatività alla pari del prelievo in laboratorio, mentre in caso di positività hanno bisogno del test ospedaliero di conferma: si tratta però di una condizione accettabile, che permette di filtrare quegli individui che sicuramente sono negativi, e di trattenere i pazienti che risultano positivi, per confermare poi la diagnosi con il test di laboratorio. Un test rapido che comunica la non reattività, dunque, è molto affidabile, e non serve prelievo di conferma.

A fianco dei test rapidi capillari esistono anche quelli salivari, attualmente però sempre più in disuso, che permettono di avere una risposta attraverso un campione di saliva. Infatti, nonostante l’HIV non sia presente nella saliva e non ci si possa contagiare con l’HIV attraverso un bacio, gli anticorpi che il sieropositivo sviluppa sono presenti anche lì, permettendo l’utilizzo anche di un test salivare per la loro ricerca.

Dopo quanto tempo dal rapporto a rischio bisogna fare un test?

Tutti i test che vengono effettuati per la diagnosi di HIV hanno purtroppo un limite, legato al tipo di ricerca che viene fatta. Essendo test anticorpali e andando dunque alla ricerca degli anticorpi, bisogna attendere che il corpo, a seguito dell’infezione, li produca. Il lasso temporale che il nostro sistema immunitario impiega per riconoscere il patogeno e sviluppare gli anticorpi è stimato intorno ai 30 giorni, per cui prima di effettuare un test a seguito di un rapporto a rischio bisogna attendere all’incirca un mese, onde evitare di avere un risultato falsamente negativo.

Tuttavia, ciò non significa che a seguito di un rapporto a rischio si debba aspettare senza fare niente: le prime 24/48h successive al possibile contagio sono preziosissime, in cui poter agire per impedire al virus di attecchire. Esistono infatti dei farmaci che, se somministrati tempestivamente, permettono anche a chi ha potenzialmente contratto il virus di non sviluppare l’infezione, e rimanere sieronegativo. Questi farmaci prendono il nome di PEP, ovvero profilassi post esposizione, e vengono erogati gratuitamente dal sistema sanitario nazionale a tutte le persone che hanno avuto un rapporto a rischio per potenziale contagio.

Cosa può alterare il test HIV?

Purtroppo eseguire un test per HIV non tenendo in considerazione del periodo finestra appena affrontato è la causa più frequente di falsi negativi, poiché gli anticorpi che vogliamo ricercare non hanno fatto ancora in tempo ad essere prodotti dal nostro sistema immunitario. 

Non vi sono altri particolari elementi invece che possano falsare il risultato su sangue, né capillare né venoso, rendendo questo tipo di test il più affidabile possibile. Per quanto riguarda i test rapidi salivari, invece, è raccomandato non mangiare, bere o fumare nei 20-30 minuti precedenti all’esecuzione, poiché una saliva diluita dall’acqua o “sporcata” dal cibo potrebbe fornire risultati di non univoca interpretazione.

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