Si celebra come ogni anno il giorno 11 aprile, la Giornata Mondiale Parkinson, voluta dall’European Parkinson's Disease Association (EPDA). Nonostante l’emergenza globale Coronavirus, non si è rimandato l’appuntamento con questa data poiché l’11 aprile ricorre la nascita di James Parkinson, il medico inglese che nel 1817 descrisse per la prima volta la “paralisi agitante”.

La giornata mondiale Parkinson è da molti anni un momento di confronto tra esperti sulle tematiche riguardanti le nuove terapie per curare la patologia, ma purtroppo l’emergenza legata alla pandemia da Coronavirus, ha fatto saltare gli appuntamenti tra studiosi. Gli stessi, comunque, si confronteranno a distanza sulle tematiche già stabilite, aggiungendo un confronto attinente alle interazioni tra Malattia di Parkinson (MP) e Coronavirus.

Tutti numeri della malattia del Parkinson

In Italia le persone affette da Parkinson sono circa 230.000, mentre l’età media di comparsa dei sintomi è intorno ai 60 anni. Si tratta di una malattia neurodegenerativa caratterizzata da un disturbo progressivo e cronico, riguardante principalmente il controllo dei movimenti.

I sintomi si manifestano con la perdita di oltre il 60% delle cellule nervose produttrici di dopamina, un importante neurotrasmettitore che gioca un ruolo centrale nella regolazione dei movimenti e dell’equilibrio. La malattia del Parkinson si manifesta inoltre attraverso altri disturbi, che spesso si accompagnano ad un crescendo di isolamento, ansia e depressione difficili da controllare farmacologicamente e che richiedono un monitoraggio frequente per evitare di deteriorare la qualità di vita dei pazienti.

Le malattie neurodegenerative sono la prima causa di disabilità nel mondo e la Malattia di Parkinson è quella che si diffonde con maggiore rapidità, tanto che nel 2040 gli esperti si attendono il raddoppio degli individui colpiti.

Malattia di Parkinson e Coronavirus

"Dai primi studi è emerso che i pazienti affetti da Parkinson – sottolinea la dott.ssa Anna Zecchinelli, Direttore del Centro Parkinson e Parkinsonismi dell’ASST Gaetano Pini-CTO – non sono a rischio maggiore di contrarre l’infezione da Coronavirus rispetto alla popolazione generale”. Infatti, in decenni di osservazioni della malattia non è rilevabile una aumentata sensibilità a patologie simil-influenzali o polmoniti indotte da agenti virali.

Alcuni segnali rassicuranti arrivano anche da recenti studi pubblicati sul sito www.parkinson.it. Sembrerebbe che il Covid-19 sia meno grave nei pazienti parkinsoniani che assumono grandi quantità di dopamina, ossia dei farmaci che proteggerebbero i neuromediatori del sistema cardiocircolatorio e del respiro dall’attacco del virus.

Quello tuttavia che impatta sono le condizioni generali del soggetto, la sua età, la presenza di comorbilità specie a livello cardiologico, o il diabete, oltre al grado di disabilità e il declino cognitivo. In ogni caso, valgono per tutti le raccomandazioni di uscire il meno possibile, mantenere il distanziamento sociale e il rispetto delle misure igieniche.

Qualora un malato di Parkinson risultasse positivo al nuovo coronavirus è importante non sospendere la terapia farmacologica e con il supporto del neurologo, valutare la gestione dell’emergenza a domicilio (monitoraggio a distanza) o in ospedale.