03/01/2018

Il mistero del déjà-vu. Quando il cervello inganna la memoria

il mistero del deja vu quando il cervello inganna la memoria
Massimo Canorro
Scritto da:
Massimo Canorro
Giornalista & web content editor

Che cosa si intende per déjà vu? È presto detto: secondo la Treccani si tratta di  “una sensazione illusoria di aver già visto una determinata immagine oppure, addirittura, di aver già vissuto una certa situazione, seppur la circostanza può essere razionalmente e semplicemente smentita”.

In sostanza rappresenta quel lampo di ricordi familiari che ci assale nel momento in cui incontriamo uno sconosciuto che però sentiamo di conoscere da una vita intera o quando riconosciamo un posto senza non esserci mai stati prima. E affermiamo, appunto, di aver avuto un déjà vu (che tradotto dal francese significa “già visto”), un fenomeno che praticamente tutti conosciamo e che spesso associamo alla realtà onirica del sonno.

Questo momento l’ho già vissuto e, a completamento della frase, “magari in un’altra vita”. Un approccio in qualche modo romantico, ma poco interessante per gli scienziati che, piuttosto, imputano il fenomeno a una sorta di falla all’interno del “sistema” della memoria.

Tradotto: il cervello umano riconosce gli oggetti e le situazioni familiari in due fasi: in primis occorre capire se abbiamo già assistito alla scena e, in tal caso, un’area del cervello la “etichetta” come familiare. Ed è proprio in questa seconda fase che il cervello, talvolta, ci inganna, spingendoci a riconoscere come familiari alcune cose e accadimenti che, nella realtà, non abbiamo mai visto prima. Da qui, la considerazione – diffusa – che il dèjà vu sia legato all’alterazione, anche solo momentanea, di quelle che sono le funzioni di memoria e di riconoscimento (una sorta di “anomalia mnemonica”).

La scienza spiega il fenomeno del déjà vu

La scienza si sta avvicinando a spiegare questa strana sensazione sperimentata da circa il 70% della popolazione mondiale; sembrerebbe, inoltre, che le persone con un'età compresa fra l'adolescenza e l'età adulta (più o meno fino ai 25 anni) siano le più coinvolte rispetto al fenomeno. Di recente, psicologi e neuroscienziati hanno approfondito l’argomento, complesso e affascinante, dell’origine scientifica del dèjà vu, un fenomeno che si è cercato di “indurre” e/o “replicare” in modo artificiale. Con quali risultati tangibili? Scopriamolo insieme.

Il déjà vu ricreato in laboratorio

Le tante riproduzioni cinematografiche del fenomeno del dèjà vu (si pensi ad esempio alla trilogia “Matrix” dei fratelli Wachowski) hanno poco a che fare con la ricerca condotta da Anne Cleary, docente di psicologia alla Colorado State University. La ricercatrice ha tentato di simulare in laboratorio i dèjà vu per poterli studiare in modo più approfondito. Nel farlo, è stato usato un videogame di simulazione (“The Sims”) dove i giocatori hanno modo di costruire spazi e stanze virtuali. Cleary e il suo team di ricerca hanno ricostruito coppie di luoghi pressoché identici, differenti per taluni dettagli esterni.

Nel primo step dell’esperimento alcune persone sono state fatte entrare (attraverso occhiali per la realtà virtuale), per alcuni secondi, in una stanza specifica. Nel secondo tratto dell’esperimento, i soggetti hanno attraversato altri luoghi virtuali, alcuni con layout totalmente diversi, altri decisamente simili ad alcuni spazi già osservati nella prima fase dell’esperimento. Dopo che queste persone sono state sottoposte a una serie di domande, dalle loro risposte è emersa – secondo Cleary – la convinzione che il déjà vu possa essere indotto tanto dalla somiglianza di due luoghi quanto dal fatto di essersi scordati di essere già stati in un luogo analogo. Il nostro cervello, insomma, evidenzierebbe le somiglianze tra le due esperienze, con le informazioni che vengono veicolate sotto forma di una “sensazione sfuggente”.

Dagli Stati Uniti all’Europa, precisamente all’università scozzese di St Andrews, dove a metà del 2016 il team di ricerca del professor Akira O’Connor ha cercato di comprendere il meccanismo alla base del déjà vu, “riproducendolo” in laboratorio grazie ad un esperimento condotto su 21 volontari che sono stati sottoposti alla risonanza magnetica funzionale.

Rispetto a quanto si potrebbe ritenere, quando si attiva la sensazione di “già visto” ad accendersi non sono le aree del cervello associate alla memoria (come l’ippocampo) ma le regioni frontali che sono interessate ai processi decisionali.

Dunque, nel corso del déjà vu, queste aree si attivano poiché il cervello sta esaminando i ricordi, inviando un segnale che sta a indicare che ha trovato un errore, una sorta di conflittualità tra ciò che si ha realmente vissuto e ciò che si pensa solo di aver sperimentato. Un iter, questo, che sarebbe il risultato di un cervello tanto in salute quanto performante.

Per approfondire guarda anche: “Il buco nero della memoria”

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