Roma, 7 nov. (Adnkronos Salute) -
di Barbara Di Chiara
Speranze che si riaccendono. La moderna lotta ai tumori è sempre più caratterizzata da nuove armi terapeutiche potenzialmente in grado di salvare malati che prima non avrebbero avuto alternative di trattamento. Perché tutto è già stato tentato, e non ha funzionato. E contro una grave forma di tumore gastrico, i ricercatori italiani sono ora i primi al mondo a testare un farmaco molecolare che promette di dare nuova speranza a chi è già stato sottoposto alle cure standard: il gruppo di ricerca guidato da Davide Melisi, professore associato di Oncologia Medica all'Università e all'Azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona, ha identificato una nuova strategia terapeutica per il trattamento dei pazienti affetti da cancro gastrico Her2-positivo in stadio avanzato. E si cercano ora pazienti da 'arruolare' per lo studio.
Questa è una storia di passaggio diretto dagli studi di laboratorio al letto dei pazienti, la cosiddetta ricerca traslazionale: nei loro laboratori, infatti, gli scienziati hanno dimostrato che il cancro gastrico Her2-positivo "impara a resistere al trattamento standard di prima linea con il farmaco anti-Her2 trastuzumab attraverso l'espressione di un differente recettore di membrana chiamato Fibroblast Growth Factor 3 o Fgfr3", spiega Melisi all'Adnkronos Salute. "Questi risultati preclinici hanno costituito il razionale per il primo studio clinico al mondo in pazienti affetti da cancro gastrico Her2-positivo in progressione da trastuzumab con un potente farmaco inibitore di Fgfr3 chiamato pemigatinib, prodotto dalla casa farmaceutica Incyte", annuncia.
Sul farmaco è dunque appena partita in esclusiva mondiale una sperimentazione clinica diretta da Melisi - lo studio Fighter - per pazienti affetti da cancro gastrico Her2-positivo in progressione da trastuzumab. E' appena iniziato il reclutamento e le prime reazioni fra coloro cui è stato proposto il farmaco sono state naturalmente di "grande entusiasmo".
"Il cancro gastrico - evidenzia l'oncologo napoletano ormai da anni in forze a Verona, dove è professore associato di Oncologia medica presso l'Università e titolare di un incarico dirigenziale di Alta specializzazione nei tumori dell'apparato digerente epatobilio-pancreatici presso l'Azienda ospedaliera universitaria integrata, oltre a essere il responsabile dell'Unità di ricerca di Oncologia molecolare e clinica dell'apparato digerente del Lurm, Laboratorio di ricerca di ateneo - è una delle neoplasie umane più letali".
"La prognosi severa dei nostri pazienti è fondamentalmente legata ai fenomeni di metastatizzazione precoce durante lo sviluppo di questa malattia, che sono responsabili dell'esordio già avanzato della maggior parte dei casi. Questa malattia ha un'aggressività intrinseca, e soprattutto l'efficacia dei trattamenti attuali con farmaci chemioterapici classici ma anche con farmaci a bersaglio molecolare come trastuzumab è limitata".
"Moltissimi - racconta - sono i pazienti con cancro gastrico che si rivolgono al team multidisciplinare dell'azienda ospedaliera veronese tra l'Oncologia medica e l'Unità di Chirurgia generale ed Esofago e Stomaco diretta da Giovanni de Manzoni. Per questo, negli ultimi anni, anche grazie al sostegno della Associazione italiana per la ricerca sul cancro (Airc), ci siamo concentrati nello studio dei meccanismi molecolari che sono la ragione della resistenza del cancro gastrico al trastuzumab in diversi modelli preclinici".
E una volta compreso in laboratorio il 'segreto' del cancro gastrico Her2-positivo, si è passati subito a organizzare un trial per testare il farmaco che potrebbe fare da barriera al tumore. "La sperimentazione clinica - spiega Melisi - è attiva nel reclutare pazienti a Verona, per valutare l'attività e la tollerabilità del trattamento con pemigatinib in pazienti affetti da cancro gastrico avanzato Her2-positivo in progressione da trastuzumab. Siamo i primi al mondo a utilizzare questa molecola nei pazienti con tumore gastrico".
"Questo studio - conclude Melisi - rappresenta l'immediata traduzione in clinica dei nostri risultati di laboratorio. La ricerca nella mia unità è un continuo dialogo tra il laboratorio e i bisogni dei pazienti in clinica. I problemi che affrontiamo quotidianamente nel seguire i nostri pazienti rappresentano le sfide più urgenti da studiare in laboratorio. Viceversa i risultati preclinici alimentano il disegno di studi clinici che possano verificare nei pazienti le nostre ipotesi. Solo così è possibile sostenere quel circolo virtuoso teso a migliorare la conoscenza su queste patologie e l'aspettativa di vita dei nostri pazienti. Cosa ci manca? Più fondi per reclutare nuovi ricercatori, ma soprattutto giovani oncologi che abbiano il 'sacro fuoco' della ricerca e che si mettano in gioco per affrontare un ambito di ricerca certamente complesso e spesso emotivamente coinvolgente, ma che porta sempre più spesso a entusiasmanti successi".