11/04/2016

Una campagna contro la malattia neurodegenerativa più famosa: il morbo di Parkinson

una campagna contro la malattia neurodegenerativa piu famosa il morbo di parkinson
Rosaura Bonfardino
Scritto da:
Rosaura Bonfardino
Giornalista esperta in salute e benessere

Solo in Europa colpisce 1,2 milioni di persone. La sua progressione è lenta ma, purtroppo, inesorabile. Ricorre oggi, 11 Aprile, l'anniversario della nascita di James Parkinson, medico inglese che nell'anno 1817 pubblicò uno studio su quella che ai tempi veniva descritta come una 'paralisi agitante'.
In occasione del suo 'compleanno' si celebra in tutto il pianeta la Giornata Mondiale del Parkinson che si pone come obiettivo quello di sensibilizzare l'opinione pubblica e accrescere la consapevolezza sulla patologia.
In Italia sono sono 250 mila le persone che hanno sviluppato la malattia di cui uno su quattro ha meno di 50 anni. Questo significa che nel Bel Paese ci sono circa 20 mila minori che hanno un genitore affetto dalla malattia. I dati però non sono incoraggianti se si pensa che l'Epda stima che entro il 2030 si potrà arrivare a un raddoppio delle cifre. Si tratta, a dirla tutta, di una patologia di cui, a differenza di quanto si possa immaginare, non si sa molto. Basti pensare, ad esempio, che da un sondaggio del 2009 dell'Epda, cui hanno partecipato oltre 5000 persone, è risultato che oltre il 50 per cento degli intervistati non era a conoscenza del fatto che il Parkinson è una condizione neurologica che colpisce il movimento. Una percentuale più alta, pari al 75 per cento, non sapeva invece che l'impossibilità di muovere il corpo o alcune parti è un sintomo fondamentale della malattia.
Anche da tale assenza di consapevolezza nasce la Giornata mondiale del Parkinson che, oltre alla sensibilizzazione pubblica, mira a promuovere tutela e assistenza, tra le istituzioni, di chi è affetto dal Morbo. E proprio per informare e divulgare, in Italia e in altre 10 nazioni si tiene anche quest'anno la 'Run for Parkinson's', il più grande evento al mondo dedicato alla malattia che si terrà in 27 città tra aprile e maggio, cui prenderanno parte amici, conoscenti e chiunque voglia raccontare l'esperienza di una persona vicina percorrendo un tratto della 'Gara'.

Il Morbo di Parkinson

Si tratta di una malattia di cui si hanno già dei primi cenni in uno scritto di 5000 anni fa. La sua manifestazione avviene in genere intorno ai 60 anni ma vi sono anche casi - il 5 per cento - in cui compare prima, tra i 21 e i 40 anni. La sua causa va rintracciata nella minore produzione di dopamina per via della degenerazione della sostanze nera, una zona del cervello che la produce. La dopamina, infatti, è un neurotrasmettitore essenziale per il movimento, ma che indice fortemente anche sull'umore (motivo per cui una delle manifestazioni della Malattia di Parkinson è la depressione). Se è vero che ciò che provoca la malattia non è ancora del tutto chiaro, se si pensa che il 20 per cento di chi è affetto dalla patologia ha una storia simile, si può pensare che alla base vi sia un fattore genetico. Tra le ipotesi, infatti, si annovera l'esposizione a sostanze tossiche o a polveri di metalli.

Sintomi

Se difficili da riscontrare sono le cause, molto più semplici sono i sintomi che solitamente consistono nel tremore a riposo di una mano, dei piedi o della mandibola; della rigidità (agli arti, al tronco, al collo), della bradicinesia (lentezza dei movimenti automatici). In una fase più avanzata, si può riscontrare un'instabilità posturale con conseguente perdita di equilibrio. I malati più in là con la malattia spiegano di avvertire anche un tremore interno, sintomo certamente più destabilizzante e invalidante per chi ne è affetto. A livello fisico si hanno delle modifiche anche all'espressione del volto, alla grafia che diventa più piccola. Si riscontra inoltre un aumento della salivazione, un cambiamento della voce e persino una costipazione intestinale, con disturbi anche all'olfatto e al sonno.

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Diagnosi

Per quanto concerne la diagnosi della malattia, oltre all’esame osservazionale del medico, esistono degli esami strumentali come la Risonanza ad alto campo, la Spect Datscan, la PET e la scintigrafia del miocardio. Test di questo tipo sono fondamentali, oltre che per la diagnosi, anche per escludere che a causare i sintomi sia un'altra patologia (come un tumore) o l'utilizzo eccessivo di determinati farmaci.

Cure

Se è vero che ad oggi non esistono delle cure per contrastare definitivamente la malattia, ci sono dei farmaci e delle pratiche alimentari per tenerla sotto controllo e rallentarne il decorso. Recentemente si è affiancata anche la chirurgia, ma essenziale è certamente la riabilitazione col fisioterapista e il logopedista. I farmaci generalmente usati sono Levodopa, dopaminoantagonisti e inibitori enzimatici che però a lungo possono dare effetti collaterali e provocare assuefazione. In alcuni casi si ricorre dunque alla stimolazione cerebrale profonda, un intervento chirurgico riservato a malati che non rispondono più alla terapia.
Recentemente inoltre è stata studiata una molecola, la rasagilina, utilizzando un protocollo innovativo (delayed start design) con l’intento di dimostrare che questa fosse in grado di modificare il decorso della malattia. Una strada percorsa dagli scienziati negli ultimi tempi è anche quella dell'immunoterapia. Usando degli anticorpi, infatti, si intendono intercettare le proteine il cui accumulo determina la morte neuronale. Assolutamente importante e da non sottovalutare è la dieta, intesa non nel senso più stretto del termine, ma come regime alimentare corretto. È scientificamente provato che una dieta ipoproteica a pranzo migliora l’efficacia della terapia farmacologica a base di levodopa e che un’alimentazione equilibrata diminuisce il rischio di malattie metaboliche (colesterolo elevato, diabete, gotta), di malattie cardiovascolari e di malattie a carico del sistema osteo-articolare. Secondo, infine, uno studio pubblicato sul Journal of Physiology, primo firmatario Fabrizio Benedetti, dipartimento di Neuroscienze, Università di Torino, utilizzare medicine che sfruttino l'effetto placebo, potrebbe avere buoni risultati sulla salute dei pazienti. Per gli studiosi, infatti, occorrerebbe utilizzare un un placebo alternato alle cure, insegnando così ai neuroni "insensibili" a quest'ultimo a trasformarsi da "non responder" a "responder". Una soluzione che significherebbe meno medicine per i pazienti ottenendo i medesimi benefici.

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Rosaura Bonfardino
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