Ecografie in gravidanza: quante farne?

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Quante ecografie bisogna fare in gravidanza?

Addio alle innumerevoli analisi e ai controlli a cui molte donne sono costrette a sottoporsi per poter vivere la gravidanza senza problemi. Almeno secondo la Società Italiana di Ecografia Ostetrico Ginecologica e Metodologie Biofisiche, che ha di recente elaborato le nuove linee-guida che le future mamme dovrebbero seguire per vivere nel modo più naturale possibile i nove mesi di gravidanza, che vengono ormai troppo spesso medicalizzati.

Basterebbero, infatti, solo tre ecografie per monitorare il perfetto stato di salute del feto, una ogni tre mesi di gravidanza. Nel primo trimestre (entro il compimento di 13 settimane e 6 giorni) l’ecografia risulta necessaria per definire i tempi effettivi della gravidanza, facendo riferimento alla lunghezza del feto, per verificarne la vitalità e per prevenire l’eventuale insorgere di complicanze (oltre che a segnalare un possibile Parto gemellare).

Tra le 19 e le 21 settimane, nel secondo trimestre di gravidanza, attraverso l’ecografia, è possibile controllare la quantità di liquido amniotico e la posizione della placenta. Il controllo conclusivo è previsto nell’ultimo trimestre, fra la trentesima e la trentaquattresima settimana, per controllare le modalità di crescita del feto, oltre che la quantità di liquido amniotico e la posizione della placenta.

Le indicazioni della SIEOG sembrano essere in controtendenza con la pratica quotidiana di gestanti e ginecologi caratterizzata da continui monitoraggi, soprattutto per le donne che superano i 35 anni d’età. In generale, risulta più semplice individuare malformazioni del sistema nervoso centrale che anomalie cardiache (in tutto il mondo meno del 50% dei casi di problemi al cuore sono stati prontamente diagnosticati), anche se i medici chiariscono che per controlli su specifiche malformazioni sono comunque necessari controlli più scrupolosi.

Attenzione particolare è data anche agli esami che possono segnalare la possibilità che un Feto sia affetto dalla sindrome di Down: da non sottovalutare un eventuale accumulo di liquido nella parte posteriore del collo fetale (la cosiddetta ‘traslucenza nucale’), anche se l’esame per il controllo di questi dati deve necessariamente essere condotto in contemporanea con il Bitest (analisi che calcola le concentrazioni nel sangue di due proteine), per definire le effettive possibilità di rischio.

La notizia è ovviamente di grande rilevanza per tutte le mamme in dolce attesa, anche se l’ultima parola spetta ai ginecologi: starà a loro, infatti, decidere di seguire le nuove indicazioni della SIEOG.

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