Genitori e figli: come trattare il tema dell'omosessualità

genitori e figli come trattare il tema dell omosessualita
Scritto da:
Prof. Grazia Aloi
Specialista in Psicologia e Psicoterapia e Psicologia clinica

Ogni opportunità è buona per affrontare in famiglia la condizione dell’omosessualità. Intervista alla Prof.ssa Grazia Aloi, Specialista in Psicologia e Psicoterapia e Sessuologia.

Come i genitori possono affrontare il tema dell'omosessualità con i figli?

Prima di rispondere a questa domanda vorrei fare una premessa.

Mi sembra il caso di iniziare parlando del ruolo dei genitori perché non dovrebbero essere i figli a dover cercare una strada, un modo, ma questa strada dovrebbe essere aperta a doppio senso dai genitori. Se ci fosse la strada, non occorrerebbe nascondersi. Ovvio, offrire una strada aperta non è facile e, a volte, neppure ci si pensa.... si crede che quanto già si dice sia sufficiente per ritenersi 'in dialogo' con i propri figli.

A mio parere, i genitori sanno sempre, se non altro perché 'temono', hanno paura che i figli siano - anch'essi come magari quelli del vicino di casa o come quelli delle cronache - tra coloro che hanno il 'segreto' dell'infamia: omosessualità, droga, altre dipendenze.... Dolori troppo grandi per essere guardati in faccia e si fa la stecca, come facevano i soldati prossimi al congedo, su quanti giorni possano mancare al grande giorno della prova del contrario: i figli si sposano e, dunque, non possono essere omosessuali.... non bevono, non fumano, non spendono, non danno fastidi con richieste strane e, dunque, non sono dipendenti da alcunché: dormono, mangiano, studiano, non dimostrano traumi e, dunque, niente di niente.

Bene, le cose non funzionano così: e allora ogni genitore, invece di aspettare la prova del contrario, dovrebbe andare a cercare la prova che con i figli si può (e si deve) parlare di tutto e si può chiedere tutto (se non altro, tentare!).

Sia pure con Cuore in gola e con gambe tremanti, i genitori potrebbero andare dai figli e chiedere con molta naturalezza come vada la loro vita sentimentale e sessuale, se abbiano già avuto le loro prime esperienze. E veniamo alla domanda.

Un piccolo-grande trucco che può aiutare ad aprire la strada della confidenza è di non parlare per genere maschile/femminile ma stare sul neutro. 'C'è una persona nel tuo cuore? Ce ne vuoi parlare?', lasciando intendere che la questione è sulla persona e non sul sesso di questa persona che ha preso cuore e magari letto del figlio o della figlia.

'Con chi hai avuto la tua prima esperienza sessuale?' oppure: 'come immagini che sarà la tua prima esperienza sessuale, con chi?' Con 'chi' presuppone la possibilità che possa trattarsi di una persona dello stesso sesso! E aspettare la risposta: senza o con drammi, senza o con svenimenti davanti al figlio e senza o con teste rotte . Ma soprattutto, senza accettare per buona troppo alla lunga la possibilità di sotterfugi inutili.

'Perché metti lo smalto?' chiesto ad un ragazzo offre la possibilità di farsi rispondere: 'perché vorrei essere come le ragazze' senza dover inventare tante storie. L'importante è reggere l'impatto della risposta che non si vorrebbe sentire.... ma sapere è assolutamente meglio che non sapere ed è moralmente apprezzabile rispetto al far finta di non sapere. I figli vanno protetti e difesi, ma mai con bugie o 'omertà'. Un altro modo semplice potrebbe essere quello di chiedere ai figli se siano contenti dei loro nomi, lasciando intendere che hanno la libertà e l'occasione per rispondere qualsiasi cosa: se Mario sa dentro di sé che avrebbe preferito chiamarsi (ed essere) Maria, ha almeno un'opportunità per farsi coraggio. Ancora: chiedere che cosa avrebbero fatto e come si sarebbero comportati loro se quella storia di omosessualità derisa fosse toccata a loro; quale migliore opportunità?

L'argomento 'omosessualità' può presentarsi ricco di sfumature...

Un altro tema arduo per i genitori è la capacità/possibilità di separazione di ciò che è serio da ciò che è 'gioco'; la 'serietà' del comportamento o atteggiamento omosessuale andrebbe sempre verificata per vedere quanto ci sia di provvisorio, funzionale alla crescita o quanto di definitivo nel rispetto delle propria percezione sessuale da quanto invece sia 'gioco' di impoverimento di se stessi per i fini più disparati che ognuno dovrebbe vedere nella compattezza della propria famiglia (sbandamento sociale, emulazione, sfida, aggressività altrimenti inespressa e tanto altro). Naturalmente, ne consegue la capacità di porre la domanda successiva: 'Perché sei omosessuale?'; sembrerà una domanda da banale ad assurda, ma è l'unica a mio parere a fare la differenza tra un'accettazione consapevole e una permissività indolente.

Essere genitori è difficile ma non impossibile se si accetta di non saperlo fare, per definizione. E dunque, qualsiasi aiuto a supportare la voglia di imparare a farlo è obbligo richiederlo, per se stessi e per i propri figli. L'importante è usare parole semplici, frasi di apertura, sopportazione della frustrazione, coraggio nel dire e nel chiedere le cose così come effettivamente stanno, buona volontà nel presentare come meglio si può in che modo gira il mondo attorno a noi e via dicendo.... Così sarà possibile lavorare con i propri figli per aiutarli nel ridurre e nell'annullare le difficoltà e sarà possibile arrivare a mete più alte perché il coraggio (non l'ambizione) fa andare avanti su strade impervie.

Quando il contesto familiare fatica ad accettare l'omossessualità del figlio, che strategia si può adottare?

Se ci caliamo nella realtà di una famiglia, il più delle volte ci sono disaccordi e dissapori psicologici piuttosto che vere armonie e risulterebbe stucchevole proporre solamente linee di comprensione e accettazione. Se la famiglia considera l'omosessualità dei figli una 'disgrazia', invece, deve fare i conti con la 'disgrazia', cioè deve affrontare il Dolore di ciò che è, senza finzione alcuna. Un dolore, un dramma, una tragedia veri o percepiti come tali vanno vissuti fino in fondo, straziandosi per quel dolore, dramma: solo dopo potrà avvenire l'accettazione della 'disgrazia' che resterà pur sempre una 'disgrazia' ma sarà almeno guardata in faccia e chiamata con il suo nome.

Dunque, come si suole dire con un'affermazione già troppo abusata, occorre l'elaborazione del lutto che avere un figlio o una figlia omosessuale rispetto alle aspettative di 'normalità' sessuale comporta. Sarebbe importante che la famiglia fosse stretta, compatta nel proprio dolore e che si convincesse che è comunque (dolore o non dolore) un fatto assolutamente privato che riguarda il Nucleo interno. L'esternazione, qualunque esternazione, non ottiene mai effetti né consolatori né altri se fatta senza la consapevolezza della sua utilità; e questo per dire che non sempre davanti al caso di omosessualità dei figli i genitori debbano o vogliano provare dolore, magari sono in grado perfettamente di prendere la cosa per quello che è.

Ovviamente, si tratta delle situazioni migliori e auspicabili e non sarà certo il caso che il figlio omosessuale di tali genitori si butterà giù dal balcone o sarà terrorizzato o traumatizzato dallo scherno dei compagni o gruppo dei pari. E non sarà, il figlio dell'esempio, colui che trasformerà una battaglia civile correttamente e consapevolmente portata avanti il partecipante di un festival esibizionistico giusto per fare confusione tra le cose reali e quelle spettacolari.

Fare outing: ha senso? Non so esattamente che cosa significhi per ognuno che ne faccia una bandiera e, quindi, non so bene che cosa consigliare in maniera qualunquistica. Credo che ognuno debba osservare il 'proprio' significato e senso dell'azione. Comunque, penso che sia bene 'uscire allo scoperto' solo se si sa sopportare il freddo o se si hanno sufficienti maglioni per coprirsi, altrimenti.... a mio parere è pubblicità fine a se stessa, senza aggiungere nulla ad esempio alla solidarietà, alla condivisione eccetera. Cioè, se dire pubblicamente che si è omosessuali rende utilità o 'giustizia' ad un abuso di potere sociale, esso ha senso, altrimenti se deve essere una necessità soggettiva di farsi vedere (innanzitutto da se stessi) alla 'altezza' della situazione, tanto vale lasciar perdere e occuparsi sobriamente, con discrezione e con delicatezza della questione. Dunque, l'invito è nel cercare una ragione sociale e non personale nella dichiarazione.

Come i figli possono affrontare il tema della loro omosessualità con i genitori?

Ogni opportunità è buona: approfittare del proprio onomastico per esprimere la contentezza o meno di 'stare' nel proprio 'nome' maschile o femminile anziché viceversa; approfittare dei discorsi sui rapporti sessuali per dire che c'è una persona nel cuore e nel letto ma si teme che dire chi è a loro, genitori, possa non essere compreso; approfittare dei fatti di cronaca per dire tutto d'un fiato: 'mamma, papà, anche io sono omosessuale, vi prego, parliamone e aiutiamoci insieme?.

L'importante per tutti è comunque sapere che in ogni caso i figli non riescono mai ad accontentare i propri genitori perché loro stessi, i genitori, non sanno che aspettarsi dai figli in quanto consapevoli di aver sempre e comunque fatto errori. Quindi c'è di mezzo la delusione, l'inevitabile delusione ed è di essa che essenzialmente occorre parlare.

Il figlio è 'traditore' e il genitore è 'tradito' ma viceversa, anche esattamente il contrario: il figlio è stato 'tradito' dai suoi genitori (ritenuti incapaci) e quindi i suoi genitori sono i 'traditori' (del ruolo pedagogico che dell'immagine di identificazione). Il gioco del traditore/tradito e viceversa è tipico delle relazioni genitori/figli e non si è mai sufficientemente assennati da pensare che così sarà sempre e che ciò è davvero nelle parti di ciascuno. Se si riuscisse a pensare mettendosi nelle teste opposte, forse qualcosa in più si ricaverebbe e, pur restando nella convinzione del 'tradimento' (che di fatto c'è sempre) non si resterebbe almeno nell'idea della colpa e del reclamo di un risarcimento.

Ognuno è quello che ha saputo farsene di ciò che gli è successo e sa farsene di ciò che gli succede via via nella sua vita. Anche nei casi in cui si dice che non è 'colpa di nessuno', sotto sotto la colpa a qualcuno o a qualcosa i figli la danno (e anche i genitori) se non altro nella fase iniziale di incomprensione: dall'altro che non risponde (persona o società), alla natura avversa, ai genitori, appunto e addirittura a se stessi.

Senza contare che un'omosessualità può essere sintonica, ovvero accettata per sé, oppure distonica, ovvero assolutamente non accettata: in questo caso, il ventaglio delle attribuzioni di colpa si allarga enormemente includendo il rifiuto, la rabbia e l'odio (per se stesso e per gli altri). E dunque, sia pure con l'odio più sfrenato, con la rabbia più feroce occorre parlare con i genitori, addirittura se non altro anche per accusarli e per ferirli come a volte solo i figli feriti sanno fare.

Meglio ferirsi l'un l'altro che non parlarsi. Meglio dire le peggiori cose che non dire; meglio spaccarsi i piatti in testa che cenare con la televisione accesa. E poi, correre ai ripari psicologici che l'inevitabile delusione e frustrazione comporteranno. Per concludere: essere omosessuali non è facile, così come non è facile essere genitore di figli omosessuali; in tutti i casi, occorre la tempesta perché arrivi la quiete.

27/06/2017
21/11/2013
Psicologia Interviste Salute mentale Organi Sessuali
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