Diagnosi del tumore alla mammella

diagnosi del tumore alla mammella

Tumore alla mammella: in che cosa consiste?

Il tumore della mammella è una patologia a carico delle ghiandole mammarie che se non presa sul nascere e non diagnosticata per tempo, si trasforma in una malattia molto grave ed impegnativa.
La funzione principale della mammella è l’allattamento, ed è per questo che è un organo ricco di ghiandole. La mammella consta di parenchima mammario e di area di adipose. Il parenchima mammario, la parte ghiandolare, è solitamente formata da 10/15 lobuli e  attraverso i dotti galattofori passa il latte.
Il tumore si forma quando, all’interno di queste ghiandole, probabilmente rispondendo a dei meccanismi biochimici atipici che vengono attivati e vedremo poi il come, le cellule non rispondono più alla loro funzione di normalità e, come impazzite, incominciano a muoversi verso direzioni di anormalità. Esse si riproducono in forme maligne ed invadono il parenchima mammario, costruendo una nuova vita all’interno del tessuto. Questa trasformazione non si ferma lì ovviamente: ci sono, come vedremo, varie fasi di sviluppo della carcinogenesi fino ad arrivare all’invasività sistemica.

Quali sono i principali fattori di rischio?

I fattori di rischio possono essere diversi. Inizierei con il parlare di fattori di rischio fondamentali e riguardano un po’ tutte le donne perché sono dei fattori di rischio cosiddetti correggibili e che, quindi, con una buona educazione sanitaria, che ovviamente deve essere appoggiata nello screening dallo specialista, possono essere modificati e corretti.
Innanzitutto lo stile di vita. Le pazienti vanno aiutate a migliorare le proprie condizioni di vita e tra queste sicuramente c’è lo stile di vita, l’alimentazione, l’insorgere fattori legati ad abitudini scorrette come l’utilizzo del fumo o alcol in eccesso o anche l’utilizzo di ormoni in maniera spropositata e non sotto controllo specifico dello specialista.
Esistono poi dei fattori di rischio purtroppo inamovibili e nei confronti dei quali lo specialista deve sortire un monitoraggio particolare: la geneticità e l’età. Quindi, laddove c’è un’ereditarietà del tumore del seno è necessaria una maggiore vigilanza e sorveglianza sanitaria della paziente, proponendo uno screening sempre più accurato e molto più ravvicinato. Quando ci sono dei fattori di rischio come, appunto, la familiarità, vuol dire che in una famiglia due, tre donne, come ci indicano le linee guida F.O.N.Ca.M, hanno manifestato il tumore del seno; in questo caso lo specialista deve riproporre uno screening molto più accurato e ravvicinato nella chiamata in visita delle pazienti.
L’altro aspetto è legato all’età. L’età è qualcosa di inamovibile e, chiaramente, l’avanzare dell’età è un fattore di rischio. Questo non vuol dire che una donna che ha un fattore di rischio alto e ha vent’anni deve sorvolare sulla necessità di fare uno screening. Senza creare allarmismi e terrorismi psicologici, dialogando con la paziente, bisogna far capire che già da giovanissime è importante sottoporsi a screening. perché è vero pure che l’espressione genetica del BRCA1 e BRCA2, che sono poi i geni responsabili dell’iniziazione del tumore del seno, non necessariamente si accompagna a espressione poi del tumore nelle varie fasi progressive di fertilità. Tuttavia la presenza di tali geni è un campanello d’allarme che deve impegnare la paziente con serietà a screening, e a un controllo continuo con lo specialista.

Quali sono i fattori protettivi?

Tra i fattori correttivi che risultano essere positivi nella gestione del tumore del seno sicuramente ricordiamo il menarca tardivo, la menopausa precoce e l’allattamento. Per evitare paroloni ed aprirci in maniera molto più chiara a un uditorio che ha diritto di conoscere bene questi termini  - anche perché facciamo prevenzione, anche in questo momento - vuol dire dire che la gravidanza e l’allattamento sono fattori considerati positivi in termini di protezione del tumore del seno. La gravidanza, soprattutto in giovane età, tipo intorno ai vent’anni, e l’allattamento almeno fino ad un anno, laddove ci sono fattori di rischio importanti come l’ereditarietà, danno sicuramente una buona copertura.

Diagnosi. Qual è il ruolo dell’autopalpazione?

Ovviamente lo studio deve essere innanzitutto personale. Si va dallo specialista, dal senologo quando effettivamente c’è un problema, quando ci troviamo di fronte ad anomalie strutturali, al riscontro ispettivo di noduli atipici o anche a un colorito della pelle del seno che è inusuale, a delle macchie edelle perdite strane dal capezzolo. Allora sì, ha senso consultare lo specialista.
Ma nella donna giovane, vent’anni o sotto vent’anni, in assenza di fattori di rischio importanti come la familiarità o la ricerca genetica positiva del BRCA1 BRCA2, è inutile imporre terrorismo psicologico e creare dipendenza dallo specialista. Io consiglio alle mie pazienti di eseguire mensilmente con molta correttezza l’autopalpazione e l’autoesame. Tanto molto a questa tecnica che non è complementare alla diagnosi, ma è una pre-semeiotica clinica, che allo specialista serve moltissimo.
Proprio per questo, ho creato un corso online sull’autoesame e sull’autopalpazione pubblicato online sotto forma di intervista che ho rilasciato un po’ di tempo fa al giornale “La Stampa”. Questo corso è online e le pazienti che stanno eseguendo il video possono trovarlo sui canali YouTube e anche sui miei network. Attraverso il corso possono essere addestrate ad eseguire correttamente l’autopalpazione e l’autoesame. Queste sono tecniche che consentono uno studio accurato della persona, che non deve essere fatto con lo scopo necessario di andare a trovare un tumore, ma di conoscere la propria persona, di conoscere il proprio seno nella sua funzionalità normale. Il campanello d’allarme, infatti, deve venire dalla paziente. Non basta l’appuntamento semestrale, annuale del Videat senologico e dell’esame ecografico, o dove ci sono le condizioni della mammografia, per stare tranquilli. Lo studio deve essere mensile perché mensilmente abbiamo il ciclo; il ciclo mestruale, pur riguardando la gonade, in realtà per alcuni aspetti è annesso alla mammella. La mammella, in risposta al rimaneggiamento mensile della gonade, modifica l’assetto ormonale e ci sono degli ormoni particolari (la prolattina e gli ormoni mammogeni) che in qualche modo modificano nel tempo l’assetto ormonale anche del seno. Quindi questo che cosa fa? Crea le condizioni di modifica morfologica del seno per cui lo specialista non è che sta nel taschino del paziente tutti i giorni. Si vede secondo i protocolli F.O.N.Ca.M. a sei mesi, un anno.
Quanto è importante addestrare le pazienti a fare educazione sanitaria preventiva in questo settore? Fondamentale. Vi porto un esempio. Ieri sera mi ha contattato una paziente. Lei sta per lavoro in Spagna, a Barcellona, e mi dice: “Un po’ lontanuccio Dott.ssa”.  Dico : “Sì, però lei vada a fare il corso, si studi le manovre, risponda ai requisiti che io le chiedo e ci mettiamo tranquilli”. Non c’è bisogno di precipitarsi dallo specialista, magari è un falso allarme. Anche un cambiamento della pelle, come in quel caso, in cui presentava delle ulcerazioni, può essere altro: una flogosi, una forma allergica.
Allora quanto è importante addestrare la paziente a uno studio intelligente anche del proprio seno? Significa, intanto, mettere in tranquillità la paziente e poi fare un lavoro preliminare di supporto allo specialista perché quando la paziente arriva in studio abbiamo già dei dati che possono essere utili nella semeiotica clinica.

Il supporto psico-oncologico. Quanto è importante nel processo di guarigione?

Allora, la comunicazione di un tumore è certamente un evento tragico, sia per lo specialista ma soprattutto per la paziente che deve ricevere la notizia. Quindi lascio immaginare dal punto di vista psicologico che peso può avere in termini di stress la gestione di un evento simile; il più traumatico della propria vita, equiparabile a un lutto, a una perdita importante. In tal senso lo specialista deve avere una funzione fondamentale perché, oltre a sapere, deve saper comunicare. Ecco perché io insisto molto nella formazione costante che non deve mai venire meno, come maestranza nella gestione del lavoro dello specialista, perché quello che andiamo a dire al paziente non è spesso una notizia fausta. E allora saper dire le situazioni è importantissimo, ma spesso non basta nella gestione di un problema del genere.
Si interrompe l’allostasi, si interrompe l’equilibrio emozionale psicologico nella paziente perché il primo pensiero che viene è che è finita. Ora, evitiamo di far pensare alla paziente al peggio, con un buon dialogo, oggi di tumore non si muore quasi più, specie se c’è una buona comunicazione con lo specialista. Inoltre, i mezzi di comunicazione oggi ci consentono di essere per alcuni aspetti già preparati e quindi sono, alla fine, pochissime le donne, solo in alcune aree geografiche in Italia, che in realtà sono proprio avulse da un controllo abitudinario. Oggi la donna arriva che già sa, già è preparata. Quindi la funzione dello specialista è di integrare quelle conoscenze preliminari che, bene o male, le donne già hanno. Laddove, purtroppo, questo non è possibile, avvengono degli eventi traumatici sconvolgenti a livello psicologico anche non comunicati, perché la paziente può non dir niente; però lo specialista, per esperienza, dopo 15/20 mila casi che sono stati studiati nel corso della propria carriera, sa cosa succede. Si genera una sindrome dello stress che non è eustress, è vero distress psicologico che va male per la situazione gestionale di un tumore.
A questo proposito, io tra i vari incarichi sono presidenti di una ONLUS, dove ci occupiamo di pazienti oncologici a livello nazionale. Dedichiamo particolare attenzione all’aspetto della psico-oncologia e riteniamo che sia parte integrante del processo terapeutico, perché non c’è solo la chemioterapia, la radioterapia, la chirurgia exeretica o la terapia ormonale. C’è la presa in carico della persona nella sua completezza. Se io metto in tranquillità la paziente, rimuovo le situazioni di distress o di incapacità di adattarsi alla nuova condizione fisiologica che si è sviluppata, la rassereno, io incomincio già a fare terapia. Perché non tutte le pazienti hanno la maturità interiore di fronte a un evento traumatico del genere di trovare strategie di copying, di adattamento risolutive nella situazione.
Quindi dare solo il farmaco o dare la prescrizione e salutare la paziente, non è sufficient: se noi non facciamo chiarezza, non mettiamo in tranquillità la paziente e soprattutto non la aiutiamo a gestire psicologicamente la nuova condizione psicologica, non abbiamo mai efficacia terapeutica, o miniamo anche un risultato finale. Ecco perché abbiamo ideato gli sportelli di psico-oncologia, di supporto al lavoro dell’oncologo, del senologo e delle varie branche perché si tratta qui di una materia multidisciplinare. Noi desideriamo fermamente, anche presentando il programma a livello istituzionale ministeriale, inserire la figura dello psico-oncologo che debba in qualche modo supportare, passo dopo passo in tutto il programma terapeutico, la paziente e tutto l’iter.
 
Se io faccio programmazione terapeutica e lascio libera la paziente di andare nel territorio senza un supporto, vuol dire che ho sottovalutato il peso psicologico e il distress che una comunicazione infausta come il tumore può portare a una paziente. La cosa importante è proprio lì: la presa in carico della paziente che è persona, quindi è emotività, non è solo organo; e questo non è una palliazione, perché ci sono studi che confermano l’attivazione neuroendocrina a livello dell’amigdala, dell’ipotalamo, dell’ipofisi, una serie di proteine e molecole che vengono rilasciate in circolo e che vanno a fare disastro a livello immunitario se non rientrano le citochine. Quindi, questa è scienza, l’importanza di frenare la precipitazione emozionale di una situazione significa fare terapia ed è quello che è necessario fare.

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