Doxorubicina Liposomiale Pegilata nel trattamento del Carcinoma ovarico

 

Giovanni Scambia
Primario della Divisione di Ginecologia Oncologica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore - Roma Dipartimento per la Tutela della Salute della Donna e della Vita Nascente

Malgrado i miglioramenti intervenuti negli ultimi anni nella chirurgia e nella Chemioterapia del Carcinoma dell'ovaio, questa neoplasia rappresenta una delle principali cause di morte per tumore negli Stati Uniti e in tutto il mondo occidentale.
Il trattamento primario del carcinoma dell'Ovaio consiste nella citoriduzione chirurgica seguita da una chemioterapia a base di platino e taxolo.
Sfortunatamente però, la maggior parte delle pazienti che hanno ottenuto una remissione completa di malattia con questo trattamento, recidivano nell'arco dei primi due anni dalla fine della chemioterapia e molte purtroppo con una malattia incurabile. In questa condizione la palliazione diventa lo scopo fondamentale della seconda linea e la scelta del farmaco da utilizzare deve tenere necessariamente conto dell'efficacia dello stesso ma anche degli effetti collaterali legati al trattamento nell'ottica di preservare la qualità di vita di queste pazienti.

La doxorubicina liposomiale pegilata è un farmaco che ha dimostrato un'attività nel trattamento del carcinoma dell'ovaio. Si tratta di una nuova formulazione di un farmaco già noto in oncologia, la doxorubicina, che viene incapsulata all'interno di vescicole lipidiche, i liposomi, a loro volta ricoperti da uno strato di polietilene-glicol che altera le caratteristiche di farmacocinetica del farmaco riducendone la tossicità e potenziandone l'efficacia.
Diversi studi sono stati effettuati con questo farmaco in pazienti affette da carcinoma dell'ovaio in recidiva di malattia dopo trattamento con chemioterapia di prima linea con carboplatino e taxolo e tutti sono concordi nell'affermare che si tratta di un farmaco attivo, con percentuali di risposta riportate fino al 25%, e molto ben tollerato. Tipicamente infatti la doxorubicina liposomiale pegilata è scarsamente tossica sul midollo osseo e raramente è responsabile di nausea, vomito e alopecia nelle pazienti sottoposte al trattamento.

Rispetto alla doxorubicina convenzionale Doxorubicina Liposomiale Pegilata presenta inoltre un profilo di cardiotossicità indiscutibilmente migliore come recentemente dimostrato da uno studio effettuato su pazienti con carcinoma della mammella in cui i due farmaci venivano messi a confronto. La sua tossicità è caratteristicamente cutanea e si manifesta con eritema e desquamazione delle mani e dei piedi.
Solitamente questa dermatossicità, conosciuta come sindrome mano-piede, interviene dopo ripetuti cicli di trattamento ma è buona norma, sin dal primo ciclo di terapia, invitare la paziente a prendere delle precauzioni come evitare il contatto con sostanze molto calde o indumenti molto stretti allo scopo di non traumatizzare ripetutamente la cute.

L'efficacia dimostrata dagli studi di fase II, unita al favorevole profilo di tossicità, ha favorito il confronto della doxorubicina liposomiale pegilata con il topotecan, altro farmaco utilizzato nel carcinoma dell'ovaio recidivante, in uno studio di fase III che ha arruolato 474 pazienti in 104 centri. Lo studio ha dimostrato la sostanziale equivalenza dei due trattamenti in termini di efficacia per quanto riguarda la percentuale di risposte alla terapia, ma la doxorubicina liposomiale pegilata è risultata molto meglio tollerata per tutte le tossicità tranne che per quella cutanea.
La qualità di vita è inoltre risultata migliore per le pazienti sottoposte a chemioterapia con la doxorubicina liposomiale pegilata in tutte le scale di valutazione.
E' interessante notare, in particolare, come la doxorubicina liposomiale pegilata sembri presentare un vantaggio in termini di sopravvivenza nel sottogruppo di pazienti sensibili al platino rispetto al farmaco di confronto.

All'Università Cattolica di Roma siamo stati tra i primi in Italia ad utilizzare la doxorubicina liposomiale pegilata nel trattamento di diverse patologie e, presso il nostro centro, sono state trattate 167 pazienti in poco meno di 2 anni. In alcuni casi il farmaco è stato somministrato da solo, in altri in associazione con il platino o con la gemcitabina, all'interno di una nuova combinazione di chemioterapici che abbiamo sperimentato, con risultati molto soddisfacenti, nel carcinoma dell'ovaio e che stiamo per studiare nelle pazienti con carcinoma della mammella in recidiva di malattia.

L'evoluzione futura, per questo farmaco così promettente, è il trattamento di prima linea delle pazienti con carcinoma dell'ovaio. Sta per partire adesso in Italia una sperimentazione, nella quale anche il nostro centro è coinvolto, che vede a confronto il trattamento standard del carcinoma dell'ovaio rappresentato dalla combinazione del carboplatino con il taxolo con il braccio sperimentale in cui al carboplatino viene associata la doxorubicina liposomiale pegilata.
06/02/2007