La vita con un bambino autistico è sempre una grande sfida, lo è ancora di più in una situazione di emergenza e reclusione forzata in casa. E la gestione del problema si estende dai bambini fino ai soggetti adulti.

La gestione si fa complessa e con un routine da riguardare in maniera dettagliata e faticosa per le persone che ruotano attorno ai soggetti. Come ci spiega L'Istituto Superiore di Sanità, nel documento redatto da professionisti di vari ambiti disciplinari, le persone nello spettro autistico possono maggiormente accusare lo stress dovuto all'applicazione delle misure di contenimento e all'eventuale isolamento domiciliare o ospedalizzazione in caso di contagio.

 

L'evoluzione dell'autismo nell'età adulta

Affrontiamo alcuni dati conoscitivi per non sottovalutare il problema. Oggigiorno, allo stato attuale delle conoscenze, gli studi dimostrano che non è possibile rintracciare una causa univoca all'origine del problema e questo dato è importante anche per comprendere che un approccio multidisciplinare per la risoluzione del problema deve essere la strada per attuare le giuste azioni di aiuto e sostegno nelle vari fasi del disturbo.

Molte teorie cognitive, socioaffettive, neurobiologiche convergono insieme nell'ipotizzare che le disfunzioni molto precoci dell'area cerebrale riguardano il substrato necessario per promuovere quei requisiti innati dello sviluppo dell'intelligenza sociale. Lo studioso Rutter, nel 1999, sosteneva che sappiamo diverse cose sull'autismo, ma conosciamo ancora assai poco sull'articolazione reciproca degli aspetti genetici, neuropatologici, cognitivi, affettivi e relazionali. La neurobiologia ha individuato una disfunzione dei sistemi neurologici implicati nelle basi della socialità: questa disfunzione non è esclusivamente genetica ma può riguardare i diversi processi neuroevolutivi di organizzazione e riorganizzazione dei sistemi mentali, con un ruolo importante e incisivo dei fattori ambientali esterni che insieme a quelli biologici congeniti favorirebbero la comparsa del disturbo. Infatti oggi è possibile parlare dell'evoluzione dell'autismo nell'età adulta sottolineando l'eterogeneità e la multifattorialità del disturbo, dove gioca un ruolo fondamentale l'interazione con l'ambiente.

Perché è importante un approccio multidisciplinare?

L'autismo è dunque una pluralità sindromica, o un insieme di sindromi, al plurale, come nel 2000 Christopher Gillberg, psichiatra infantile tra i ricercatori svedesi più autorevoli, ha suggerito. Sono importanti da sfatare alcuni pregiudizi, come: considerare l'autismo una malattia incurabile, uno stato mentale, psicologico dal quale non è possibile uscire.

Ad oggi la ricerca ci dimostra che i casi dove esistono bambini "usciti dall'autismo" esistono, sono i soggetti che pur non avendo recuperato completamente tutte le funzioni compromesse, sono comunque riusciti, grazie a innovativi metodi riabilitativi, a cambiare profondamente le loro routine e caratteristiche di vita relazionale e sociale, conquistando autonomie e capacità che sollevano comunque i genitori dai grandi oneri e preoccupazioni di avere (e un domani lasciare a se stesso) un figlio ingestibile e non autonomo. Quindi pur essendo problematica l'analisi del complesso problema sulla conoscenza dell'autismo, è certamente più grave se neghiamo la possibilità di modificare il decorso della prognosi, non necessariamente drammatica ma revisionabile, da un punto di vista clinico e socio-educativo.

L'approccio multidisciplinare in grado di valorizzare le aree che girano intorno alla persona problematica può essere le chiave di volta per innescare circoli virtuosi. Una comunità facilitante, in grado di promuovere l'inclusione e la valorizzazione dei soggetti autistici, può aiutare a raggiungere risultati positivi oltre che permettere nuovi orizzonti terapeutici.

"Tu prova ad avere un mondo nel cuore e non riesci ad esprimerlo con le parole".
F. De André