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Fatto ed evento: la morte e il morire

fatto ed evento la morte e il morire
Scritto da:
Prof. Grazia Aloi
Specialista in Psicologia clinica e Psicologia e Psicoterapia

Certezze e verità - La Morte: fatto involontario - Il Morire: evento volontario - Dall'Evento al Fatto

Certezze e verità

Ben poche – anzi, pochissime – certezze nella vita. Tanto da far disperare, questa cosa, il buon Freud, notoriamente mai pago dalla sua perspicacia ebraica e sempre intrigato dalla sua lucidità scientifica, al punto da fargli aggiungere nuove 'frustrazioni' umane a quelle già note (tipo le rivoluzioni del sistema tolemaico/copernicano, o quelle darwiniane...) e fargli asserire che l'Uomo non è padrone proprio per nulla di se stesso.

Non assunse certo, egli, un atteggiamento fideistico tra 'chi' fosse veramente il 'padrone' della vita, ma ne fece un discorso di quale istanza psichica avesse facoltà di discernimento soggettivo, non essendo direttamente interessato ad aggiungere altro ai già ben noti e antecedenti dilemmi su tormenti teleologici e patimenti escatologici, ossia su finalità, destini e fini ultimi.

Che dire se non che, dunque dai tempi dei tempi, forse non è stato possibile (ingenuamente?) soffermarsi e basta sulla Grande Verità cui 'l'arte del ben ragionare' (logica, tèchne) ci ha condotti con disperata e accorata verità, appunto? Ci si sarebbe potuti dimenare infastiditi negando la logica aristotelica dei principi generali inviolabili, pena la veridicità della realtà, e far finta di nulla trasformandosi tutti in piccoli pensatori socratici, spargendo rumorosamente la logica che 'sappiamo di non sapere' e che sì, si vorrebbe anche sapere.... e, infatti, si sa eccome: nulla esenta, esonera, sottrae, risparmia, toglie dalla Morte.

Si è lavorato tanto per spiegare e comprendere questa cosa che non dipende da noi, cercandone, appunto, un'interpretazione logica consolatoria e ci si è arrangiati perfino con i sillogismi e le inferenze deduttive: modus ponens, il 'modo che afferma' e... 'se vivo, muoio e visto che vivo, dunque muoio'.

Bene, alcun dubbio: la morte esiste e a Samarcanda la Nera Signora aspetta tutti senza che nessun cavallo figlio del lampo potrà mai correre abbastanza per annullare l'appuntamento. E neppure nessuna ambrosia, nessun nettare dell'immortalità.

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La Morte: fatto involontario

Dunque, la Morte.... ma: che cosa è la Morte? Ineluttabilmente è un 'Fatto', una realtà immodificabile, è factus (una conclusione) e factum (qualcosa di compiuto). Come tutti i fatti, anche questo ha un suo senso psicologico, anzi ha 'il' senso, perché vivere, la sua qualità, dipende dal senso che ognuno di noi ha della morte. Non si può vivere bene senza un buon senso della morte e viceversa.

Credere oppure non credere in se stessi, nelle cose della vita, negli affetti, nel futuro, nella speranza, nei progetti, nelle fantasie, nelle prospettive, nelle ricerche dipende da questo. E da quella sana e salutare parafrasi socratica in “non so ciò che so” (ecco ad esempio, la 'fortuna' degli oracoli). Ma come spesso accade, quasi mai ciò che dovrebbe essere realmente è.

Ognuno vive come vuole e come può e ben sapendo che morirà, ma ciò che maggiormente determina il sentimento di pena (quando lo si coglie) dello stare nella vita è sapere che resteremo (o potremmo restare) senza coloro che moriranno prima di noi. Soffriamo sicuramente di più pensando che le 'nostre' persone ci lasceranno, piuttosto che pensando al Dolore dagli altri provato per la nostra morte.

La disperazione dell'essere abbandonati, del restare soli, è quasi sempre maggiore rispetto a quella del lasciare. Quante volte si lascia per non essere lasciati! Il rito, qualunque rito, ha la sua funzione di sistemazione: sappiamo prima di tutto che la persona è veramente morta, sappiamo dove l'abbiamo messa o dove è finita, l'abbiamo – il più delle volte – accompagnata e ne abbiamo pianto le spoglie. Abbiamo chiuso – momentaneamente – la relazione. Momentaneamente: il tempo del 'rendersi conto' dell'accaduto.

Poi, ognuno reagisce alla propria maniera. C'è chi nega, fa finta di niente, chi si isola, chi si dispera o si rassegna, chi prova un'intima liberazione a volte inconfessabile, chi è colto da furiosa rabbia, chi è preso da Depressione o da 'ilarità' reattive, chi invece non reagisce per nulla, chi si colpevolizza…. e tante altre forme inespresse o espresse, in un modo o in un altro.

Tanto dipende dalla persona e tanto, tantissimo ancora, dalle circostanze del fatto-morte. Il sapere come, quando, dove, perché è avvenuta la morte cambia notevolmente la percezione e la reazione. Quante morti inspiegate restano inspiegabili! E, quindi, inesistenti rispetto alla chiusura del legame psicologico.

La reazione più 'sana' da un punto di vista psicologico dovrebbe essere l'intimo tempo del lutto, ossia il tempo del cordoglio personale, del rimpianto e della nostalgia, il tempo dedicato alla memoria volontaria, elaboratrice di vecchi ricordi, di emozioni e di fotografie stabili o istantanee fulminee.

Comunque, un tempo per deprimersi e per sciogliere le energie di quel legame affinché possano essere trasportate, trasferite in un'altra relazione, di qualsiasi natura, con altre persone o situazioni o comunque sostituti, purché liberamente scelti ed investibili di nuova energia vitale. E dunque, da un tempo all'altro: da quello di ieri disinvestito a quello di domani investito di nuovo attraversato dal desiderio di continuità.

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Il Morire: evento volontario

Ma vi è anche un'altra 'morte': il Morire. Il morire è differente dalla morte; non più fatto, bensì 'evento', atto volontario: eventus, da evenire, venir fuori. Non s'intende il morire come atto del darsi la morte, ossia suicidarsi, bensì morire come modalità mortifera di vivere, ossia come atto di darsi la non-vita. Morire come vivere (tristemente) con un piano d'ammortamento: l'etimologia di ammortizzare deriva da morte, la mors latina, ed è morire un poco per volta (per quote d'ammortamento!!).

Apparentemente superficiali speculazioni filosofiche, la psicologia e la psicoanalisi (in fondo molto debitrici ad un certo di tipo di philosophia) ci confortano nel distinguere il Fatto involontario della Morte dall'Evento volontario del Morire, sia per implicazioni di ordine mentale di come porsi e darsi nel mondo che emozionali di come essere-con.

Il morire è innanzitutto il negarsi il diritto e il dovere d'aver subito il Fatto involontario di essere Nato. E da ciò ognuno può dedurre ciò che meglio crede per vivere vivendo o vivere morendo. Ovviamente, non sempre e non tutto è liberamente scelto: sarebbe bene però che ognuno sapesse, fosse consapevole con il Cuore che vivere-vivendo non è poi così difficile se si impara ad 'amare' ciò che ci riguarda, passato compreso e se si impara a non trascurare ('al-di-là-della-cura') e a non oscurare (al-di-là-di-ciò-che-è-coperto) nulla.

Ossia, far luce (sempre) su ciò che è oscuro, peggio (o meglio) ancora se è buio. Eppure, a volte esistono condizioni in cui la 'cecità' è preferita rispetto alla visione; situazioni in cui, ad esempio, il vivere-vivendo è insopportabile per debolezza mentale o psicologica e, dunque, si preferisce lasciarsi andare a ciò che, da solo, viene come 'sollievo' (visto come tale) delle pene/difficoltà del vivere.

Quando non ce la si fa, ci si lascia morire. Ecco, questo in poche parole. Fino al Fatto involontario.

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Dall'Evento al Fatto

In ogni caso, sarebbe davvero un peccato non fare di tutto per mettersi almeno in una piccola possibilità di esperienza e di conoscenza e, quindi, di scelta per.... non morire. I grandi pensatori ci danno una mano per farci riflettere e ad alcuni di essi si può rimandare con senso di gratitudine.

Platone (il cui nome significa 'dalla fronte e dalle spalle larghe', che è tutto dire rispetto ai suoi insegnamenti!) ci dona il Mito della Caverna; Guglielmo di Ockam la Legge del Rasoio; Giovanni Buridano il Paradosso dell'Asino; Nietzsche lo Zarathustra. E ognuno, libero pensatore, aggiunga di Se Stesso.

 

A cura di:

Prof.ssa Grazia Aloi
Specialista in Psicologia e Psicoterapia e Sessuologia

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27/03/2015
14/03/2013
TAG: Psicologia | Salute mentale
Scritto da:
Prof. Grazia Aloi
Specialista in Psicologia clinica e Psicologia e Psicoterapia