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Morire di parto: i fattori di rischio

morire di parto i fattori di rischio
Scritto da:
Dr.ssa Fiammetta Trallo
Specialista in Ginecologia e ostetricia
Dottoressa Trallo, i recenti fatti di cronaca riportano alla ribalta il triste fenomeno della morte materna in gravidanza oppure durante il parto. Quanto è frequente il fenomeno?

Il fenomeno esiste da sempre ed, anche se in misura sempre più bassa e percentualmente diversificata nei vari Paesi del mondo, esisterà ancora poiché la gravidanza nonostante la sua naturalità della continuità della specie rappresenta una fase di profondi cambiamenti del metabolismo della donna non ancora del tutto compresi e quindi non del tutto prevedibili ed eliminabili.
L’Italia è tra i Paesi con i più bassi tassi di mortalità materna: 4 morti materne ogni 100mila nascite al pari di Francia, Inghilterra, Germania e Stati Uniti e al di sotto della media occidentale che è di 20 decessi ogni 100mila nascite. Considerando quindi i 500mila nati annui, in Italia i casi di donne che muoiono sono circa 50 ogni anno.
Nel nostro Paese esiste un “sistema di sorveglianza della mortalità materna” coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità che in una prima fase ha coinvolto le 6 regioni (Piemonte, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio, Campania e Sicilia) che coprono il 50% delle nascite e dal 2015 ha incluso anche Lombardia e Puglia.
L’obiettivo prioritario del sistema di sorveglianza italiano è la riduzione delle morti materne evitabili.  


Quali sono le cause principali?   

Nei paesi sottosviluppati la malnutrizione e le infezioni sono cause comuni di complicanze e mortalità sia materna che fetale.
In Italia le principali cause di morte materna direttamente legate alla gravidanza sono  le emorragie (52%), i disturbi ipertensivi (19%) e il tromboembolismo (10%). Neoplasie, disturbi cardiovascolari e cerebrovascolari sono rispettivamente il 14%, 36% e 21% delle morti materne cosiddette indirette ovvero non legate alla gravidanza.
Questi dati sono in linea con quelli dell'Oms: emorragie gravi durante e dopo il parto nel 27% dei casi, pressione alta indotta dalla gravidanza per il 14%, e infezioni per l’11%. Il suicidio è risultato responsabile del 12% del totale delle morti materne nella sorveglianza italiana e per questo motivo l’Istituto Superiore di Sanità ha promosso un progetto di ricerca di intervento sulla maternità e paternità fragile e sulla prevenzione del disagio perinatale.
In Piemonte, Emilia-Romagna, Lazio e Sicilia il tasso di mortalità materna è due volte maggiore tra le donne con un basso livello di istruzione rispetto a quelle con un titolo di studio superiore. Nonostante il tasso di mortalità materna per l'Italia sia relativamente basso rispetto alla media globale, il sistema di sorveglianza italiano si sta attivamente impegnando a garantire che le disuguaglianze, in termini di istruzione o di classe socio-economica, siano eliminate in modo da offrire gli stessi esiti di salute a tutta la popolazione.

        
Taglio cesareo o parto naturale: qual è il modo più sicuro per dare alla luce un bambino?

Non c’è risposta a questa domanda. Posso, però, fare alcune riflessioni. Una cosa è fare un taglio cesareo d’urgenza dopo un parto iniziato naturale e non proseguito come tale per problematiche varie ed un’altra è fare un cesareo programmato semplicemente per una presentazione podalica. Il cesareo viene programmato solo quando esistono ragioni specifiche: presentazione anomala, placenta previa, cause materne tipo miopia severa e … nella gravidanza preziosa.
Tutte le gravidanze sono preziose ma in alcune, vuoi per età materna molto avanzata o dopo fecondazione assistita con molti precedenti tentativi fallimentari e comunque tutte le volte in cui si sa che non ci potrà più essere un’altra gravidanza, si può concordare con il proprio ginecologo l’opportunità di un cesareo programmato. Questo però non vuol assolutamente dire che il cesareo sia in assoluto più sicuro del parto naturale.

 
E poi c'è il post partum. La morte può giungere anche a distanza dal parto se una neo mamma affetta da depressione decide di togliersi la vita. Dottoressa, può spiegarci che cos'è la depressione post partum e quali sono le cause che possono spingere una donna a un gesto estremo?

Nel post partum può capitare che la contentezza iniziale di essere mamma si trasformi a tratti in una sorta di insoddisfazione fino ad arrivare a non sentirsi adeguata per questo nuovo ruolo. L’assenza di interesse per il bimbo appena nato fa salire il senso di colpa alle stelle e momenti di tristezza o angoscia si alternano a crisi di pianto.

Sono i sintomi del baby blues, espressione inglese che si traduce in "bimbo triste” anche se è la mamma a non sentirsi felice. Di solito si risolve nelle prime due settimane ma comunque non và mai trascurato e va chiesto aiuto, in famiglia e fuori, per non incappare in una vera e propria depressione post partum. Le adolescenti sono più a rischio di avere una depressione post partum rispetto alle madri adulte non tanto per l’età anagrafica quanto per il livello di maturità psichica.
Il vissuto della gravidanza, la preoccupazione del benessere fetale prima e neonatale dopo, l’esperienza del parto, l’allattamento al seno materno anche nelle ore notturne e non da ultimo gli strilli di un neonato che fa sentire la sua presenza, sono tutte situazioni potenzialmente pericolose per l’equilibrio psicoemotivo, complice anche la fluttuazione ormonale che gioca un suo ruolo sullo stato d'animo. I cambiamenti del corpo e dell’immagine di sé accettati già a fatica in gravidanza diventano intollerabili se prevale la paura che non si tornerà più le stesse.
La paura e la vergogna di ammettere questo stato d’animo contribuisce a ritardare la risoluzione del baby blues e aumentare il rischio di depressione post partum. Problemi economici, partner e famiglia poco collaborante e isolamento sociale sono fattori aggravanti.
 
Se i sintomi persistono e nei casi di depressione lieve-moderata l’approccio psicologico è il più efficace. Quando la donna rifiuta la psicoterapia o questa non risolve e se in precedenza ha già avuto episodi ansioso-depressivi è bene far ricorso ai farmaci. Molti psicofarmaci sono compatibili con l’allattamento al seno. Compito di noi ginecologi durante la gravidanza e dei pediatri poi è cogliere i sintomi iniziali e invitare le neo-madri a confidarsi con noi e in famiglia e accettare gli aiuti psico-terapeutici. Alla base di gesti estremi contro sé stesse o contro i neonati c’è sempre una depressione trascurata.
 
Ma la gravidanza e la maternità sono, e devono restare, un periodo di gioia.
Dottoressa Trallo, cosa consiglia alle sue pazienti, future mamme, per aiutarle a evitare ansie e trepidazioni?


In primis consiglio di fare attenzione quando attraversano la strada perché ci sono sempre più pazzi scatenati in giro. Scherzi a parte, personalmente con le mie future mamme cerco sempre di stabilire un rapporto fortemente empatico ma fornisco anche numero di cellulare ed indirizzi mail che sono una forte rassicurazione su quelle che possono essere piccole o grandi emergenze sanitarie durante i nove mesi di gravidanza: dalla cistite al raffreddore o contrazioni e perdite ematiche.
 
Un aspetto sul quale insisto molto è il controllo dell’assunzione di sale e zuccheri sin dall’inizio della gravidanza per la prevenzione dei disturbi metabolici quali ipertensione e diabete gestazionale. Nella prima visita dedico molto tempo all’aspetto alimentare e ai valore calorico dei singoli cibi.

Intervista di Roberta Collina
26/01/2016
12/01/2016
Gravidanza Mamma Salute femminile
TAG: Gravidanza | Salute femminile | Mamma
Scritto da:
Dr.ssa Fiammetta Trallo
Specialista in Ginecologia e ostetricia