La mandragora - una pianta magica

la mandragora   una pianta magica

Non è affatto difficile riconoscere la mandragora: difatti, la sua radice ricorda da vicino la forma del corpo umano, con tanto di testa, braccia e gambe. Tant’è che gli antichi credevano addirittura di poterne distinguere il sesso: mandragora maschio e mandragora femmina.

In realtà, la Mandragora officinalis (Atropa mandragora secondo Linneo, che le diede il nome - per la sua potenziale velenosità - da Atropo, una delle tre Parche, deputata a “recidere la vita degli Esseri umani”) ha sempre acceso la fantasia dell’uomo sin dai tempi più remoti: e proprio per il suo aspetto antropomorfo non poteva non suggerire la presenza nelle radici e nelle foglie, di virtù magiche e medicinali: analgesiche, sedative, narcotiche e - perché no? afrodisiache. La stessa Genesi riporta: “Rachele richiese a Lia la radice di mandragora per ottenere la fecondità”.

C’è addirittura chi fa nascere la mandragora nel Giardino dell’Eden: i primi Esseri umani non sarebbero stati che giganti mandragore sensitive; essi avrebbero poi mantenuto per sempre intimi rapporti con la Pianta Madre specie per quanto riguarda l’aspetto delle sue radici.

La mandragora nell’antichità

Nell’antichità la pianta era sacra ad Ecate, dea delle tenebre, intimamente legata ad Artèmide-Diana, la luna (da qui l’idea di impiegarla nella cura dell’epilessia, la malattia dei “lunatici”). Non solo per il suo aspetto antropomorfo, ma anche perché notoriamente “ogni simile cerca il suo simile”, la radice di mandragora non poteva non possedere anche qualità tipicamente “umane”: come quella di soffrire terribilmente quando la si estirpava. E per punire chi cercava di eradicarla, essa si vendicava procurandogli - con i suoi “veleni”, la pazzia o la morte. Ma, si sa, l’essere umano trova sempre il modo per scansare certi pericoli: e per aggirare l’ostacolo ed estirparla senza correre rischi, ricorse ad ogni sorta di espedienti magari un po’ fantasiosi: come praticare tre profondi cerchi con un coltello nella terra intorno alle radici, guardare verso oriente e pronunciare una formula magica mentre la estirpava di colpo.

Ma vi era anche un altro metodo, questa volta "infallibile": l’uomo legava il capo di una corda alla base della pianta e l’altro capo al collo di un cane (doveva essere nero!), tenuto per un certo tempo a digiuno; indi, volgendo lo sguardo verso la luna e possibilmente suonando uno zufolo, egli mostrava da una certa distanza al cane un pezzo di carne. Nel tentativo istintivo di afferrarlo, con il collo il cane tirava di scatto la corda che lo legava alla base della pianta,estirpandola. I latrati del cane coprivano ovviamente “i gemiti di dolore” della povera mandragora.

Coglierla non era quindi da tutti. I soli veri infallibili esperti erano in pratica i maghi e le streghe in quanto non soltanto l’andavano a cogliere di notte nei cimiteri (specie di campagna), ai margini dei patiboli o ai piedi degli impiccati, ma conoscevano anche tanti altri segreti per non farla soffrire e per non subire i suoi influssi negativi: guai, per esempio, mettersi “controvento” e aspirare i suoi effluvi mortali, o non cantare nel frattempo strofette (magari a sfondo erotico).

Essendo una pianta potenzialmente bisex, quindi ambivalente nei suoi rapporti con l’Essere umano, essa poteva sia guarire la mente e il corpo, come anche portarlo alla perdizione: sia donargli il sonno ristoratore che provocargli la pazzia; sia proteggerlo contro il veleno dei serpenti che ucciderlo senza pietà; oppure lenire il dolore, o (in forti dosi) produrre allucinazioni e deliri.

Nel I secolo d.C. Dioscoride testimonia l’impiego della radice di mandragora, stemperata nel vino, come antidolorifico nei pazienti sottoposti a incisioni e cauterizzazioni.

Sempre come analgesico, a Roma lo stesso preparato (importato dall’Egitto) era anche in uso (come anche la coda essiccata di vipera) contro il mal di denti. Gli erbari medioevali attribuivano poteri prodigiosi a tutte le parti di questa pianta, non di rado tuttavia vicini alla realtà, quali ad esempio la proprietà di indurre anestesia. E verso la fine del XIII secolo Arnaldo da Villanova, tra i rappresentanti più eminenti della famosa Scuola Medica di Montpellier, nella sua Opera omnia improntata alle dottrine della Medicina araba (allora all’avanguardia) riporta una “ricetta anestetica” consistente nell’applicare sul naso e sulla fronte del paziente un panno imbibito di un miscuglio acquoso di oppio, mandragora e giusquìamo in parti eguali, che consentiva di far “cadere il paziente in un sonno così profondo da poterlo operare senza che sentisse Dolore e potergli quindi fare qualsiasi cosa”.

La mandragora evoluzioni rinascimentali e di oggi…

Tuttavia, nel Rinascimento molte delle tante virtù medicinali ascritte alla mandragora furono contestate, talvolta derise, anche se le farmacie erano stracolme dei preparati più diversi a base della pianta. Poiché comunque la gente continuava a credere che bastasse possedere un po’ di mandragora, anche senza utilizzarla, per assicurarsi la felicità, la salute e la ricchezza, la richiesta era molto alta. E laddove per le condizioni climatiche e del terreno di mandragora DOC non ne cresceva, abilissimi sofisticatori provvedevano a soddisfare le crescenti e lucrose richieste trasformando in “autentiche” piante che le assomigliavano solo vagamente.

Superfluo dire che le leggende legate alle proprietà magiche della mandragora sono ormai sfatate. La moderna Scienza ne ha riconosciuto i reali effetti sul corpo umano nel suo contenuto in principi chimici attivi come la scopolamina, l’atropina e la josciamina, le cui proprietà vengono oggi utilizzate dalla farmacologia ufficiale in dosi ben determinate e non arbitrarie come un tempo. Tuttavia, nei secoli, nella medicina popolare la mandragora ha continuato ad avere avuto gli impieghi più diversi e fantasiosi: oltre che contro l’epilessia e la depressione, ad esempio, anche contro l’insonnia (commista a rosso d’uovo e latte di donna) e contro l’incontinenza urinaria, nonché (in piccole dosi) come Anestetico e antiveleno.

Le sue presunte proprietà “magiche” non hanno inoltre mancato di accendere la fantasia di artisti e scrittori: come nella famosa commedia La mandragola (secondo l’antica dizione) di Niccolò Machiavelli, in cui la pianta è collegata alle credenze delle sue virtù erotizzanti e fecondanti, le novelle del Boccaccio, del Sacchetti, le numerose citazioni di Shakespeare.

Tuttavia, nonostante le attuali convalidate conoscenze scientifiche circa la reale natura chimica e gli effetti farmacologici dei suoi princìpi attivi, nella fantasia popolare la mandragora ha mantenuto pressoché immutato l’antico fascino. All’Orto Botanico di Berlino si è addirittura rinunciato a coltivarla: le Autorità comunali preferiscono mantenere vuoto lo spazio riservato alla sua coltivazione piuttosto che vederlo continuamente espoliato dai continui furti. E - assicurano gli esperti, nel convulso mondo odierno di super-computer e di missili interplanetari, esiste tuttora un fiorentissimo commercio di “preparati” di mandragora, contenenti frammenti delle sue radici (ma talora sono di rapa), variamente commisti a grani di papavero o di giusquìamo, a polvere di mirra o di ferro calamitato, e (nelle confezioni più ambìte e costose) a sangue di pipistrello.

L’importante è crederci...


Fonte:
L. Levin: Phantastic, Park Street Press, Rochester (USA), 1998

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